CINEMA - 1a Festa Internazionale di Roma - "Teraz ja (It's me now)", di Anna Jadowska (New Cinema Network)

Senso che costantemente sfugge, sovrapposizioni concitate, imprevedibilità delle cose. Ellissi di congiunzioni e di passaggi, indecidibilità tra quasi-incubo e smarrimento frastornato: tutto si eclissa per lasciare spazio all'incomunicabilità, all'utopia del contatto/amore, all'inconoscibilità dell'altro da sé

Tutto è sgranato, fuori fuoco. (Ri)preso per caso o per miracolo. Così è la vita nel primo lungometraggio della regista polacca Anna Jadowska: senso che costantemente sfugge, sovrapposizioni concitate, imprevedibilità delle cose. Una donna in fuga. Da che? Forse dalla sua vita, dal fidanzato o da se stessa. Fuga senza direzione, senza apparente autocoscienza e senza destinazione. Una donna che sparisce da un palazzo di periferia e un uomo che impazzisce - insensibilmente, senza lacrime né angoscia - e la cerca con altrettanto vuoto direzionale. Saltano i passaggi. Ellissi di congiunzioni tra un micro-evento e l'altro, tra un luogo e l'altro; ellissi di segmenti temporali. Saltano i collegamenti, come a segnalare quello che salta in una storia sospesa, in un viaggio interiore celato al mondo esterno quanto alla coscienza di chi lo compie: a saltare è il contatto tra esseri umani, la conoscenza dell'altro e di se stessi, la consapevolezza del tempo vitale che cambia senza soluzione di continuità i rapporti. Tutto si eclissa per lasciare spazio all'incomunicabilità, all'utopia del contatto/amore, all'inconoscibilità dell'altro da sé. Così la protagonista attraversa la terra lasciandosi andare a eventi, persone, situazioni che vivono di vita propria e che possono attraversarla senza toccarla così come condurla allo stupore dell'orgasmo. Il tutto tanto vero da suscitare quasi rifiuto, da sembrare impossibile, irreale, se non fosse per la bravura e la credibilità della protagonista (Agnieszka Warchulska). Intorno, una fauna di ostilità e invidia, di solidarietà e male di vivere, di inappellabile solitudine: chiunque si incontri sul cammino sembra aver smarrito anche la più minima consapevolezza di cosa vuole, di dove andare, di cosa sia la vita; pericoli, sorprese, piccole e ignote concretezze si mostrano come la totalità delle esistenze che - ancora - ci è inconoscibile e che continua a scorrere mentre noi pensiamo, facciamo, siamo altro. E' forse l'inettitudine, l'impossibilità di trovare e trovarsi ad emergere veicolata dalla velocità, dalla confusione, dal vortice rappresentati in un montaggio di scene concitate e indecidibilità tra il quasi-incubo e la sensazione di smarrimento frastornato che a volte un'improvvisa libertà regala. La (finita) convivenza dei due protagonisti è un binomio di esistenze vicine e lontanissime, paradosso della vita. L'inquadratura, coerente con le atmosfere del film, cambia continuamente punto di vista. E il finale, improvviso e tagliato di netto come l'inizio, è apparentemente ancora insensato, immotivato. Casuale. Come Teraz ja dipinge il mondo, e l'infinita imprevedibilità che cessa (forse) solo con la morte.

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