CINEMA - 1a Festa Internazionale di Roma - "New York Waiting", di Joachim Hedén (New Cinema Network)
L'Hedén sceneggiatore non sarà Paul Auster, e il suo discorso sull'amore è di sicuro un po' da serial di Italia 1 , ma la sua New York è quella New York - quella dei dischi di Lou Reed, quella caotica ma anche intima, quella in cui ti può capitare di prendere un caffè una mattina con una persona che potrebbe essere quella giusta, e cambiarti la vita

"Per favore, Sidney. Non amarmi così tanto." Ecco un nuovo film sull'amore (bisognerebbe forse farne un altro, e un altro ancora) - questa malattia che fa sì che Amy, nonostante sia a conoscenza dei numerosi tradimenti del suo uomo, si ostini a non lasciarlo, e che spinge Sidney a fare la follia di recarsi a New York per un giorno dalla Florida per un appuntamento al tramonto in cima all'Empire State Building con la ragazza che lo ha abbandonato quasi un anno prima ("non amarmi così tanto"), dopo averle inviato il biglietto aereo a San Diego via lettera, e aver buttato il telefono in mare per non sapere se lei verrà o no. E come se Dio fosse davvero Rick Linklater (ah, se lo fosse...), proprio la mattina in cui Amy decide di fare fagotto e iniziare una nuova vita, incontra Sidney giunto a New York per la sua promessa, e i due si fanno compagnia sino a notte, a parlare della vita, dei sentimenti, del destino, della libertà di decidere per il proprio futuro. Lo svedese a New York Joachim Hedén, con un cast in tutto e per tutto americano, evita finché può carinerie e ruffianerie tipiche della "commedia sentimentale", e anzi ammicca giusto l'indispensabile (le polaroid di 'particolari insignificanti' fatte da Sidney, le canzoncine pop meliosucce in colonna sonora, alcuni dialoghi alla Nick Hornby sul "periodo storico in cui ti sarebbe piaciuto vivere" ecc ecc) - New York Waiting si dimostra allora un film onesto e sincero, fragile e tenero come quelle confessioni improvvise e inaspettate che vengono fuori a volte parlando con chi ancora non ci conosce, guardandosi negli occhi e scoprendo che forse non c'è bisogno di parole. Si tratta d'altronde di riempire i vuoti nelle nostre storie: le parti mancanti, il non detto, le cose intuite, quelle che sai per certo - Hedén gioca con la percezione che abbiamo dell'altro, sia esso vicino o lontano, lontanissimo: flashback in bianco e nero della vecchia storia di Sidney, e il sole che sorge sui luoghi in cui si era svolto il dialogo lungo un giorno tra i due nuovi amici, il caffè sul Greenwich Village, il pub, il prato di Central Park. L'Hedén sceneggiatore non sarà Paul Auster, e il suo discorso sulla quantità e la difficoltà dell'amore ("semplice", "complicato") è di sicuro un po' da serial di italia1, ma la sua New York è quella New York - quella dei dischi di Lou Reed ("perso tra gli astri confusi le linee topografiche la mappa approssimativa che portarono Colombo fino a New York, a metà strada tra l'est e l'ovest lui passa a prenderla indossando un gilet di pelle - la terra geme e si ferma in un brivido"), quella caotica ma anche intima, quella in cui ti può capitare di prendere un caffè una mattina con una persona che potrebbe essere quella giusta, e cambiarti la vita. La città più bella del mondo, come si dice nel film, "perché se mandi ad una persona che ami un biglietto aereo, di sicuro non lo mandi per andare a Cleveland." Ed esci dalla sala fischiettando Romeo had Juliette, perché "metterò Manhattan in un sacco della spazzatura con una scritta che dice: "è difficile non fregarsene di questi tempi" - Manhattan sta sprofondando come una roccia dentro il letame dell'Hudson, che impressione, hanno scritto un libro al riguardo, dicevano che era come l'antica Roma...Il profumo gli bruciò gli occhi, aggrappato alle cosce di lei, qualcosa tremò per un istante, poi svanì e non ci fu più..."
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