CINEMA - 1a Festa Internazionale di Roma - "La strada di Levi", di Davide Ferrario (Cinema 2006)

Si cammina sulla stessa terra che Levi calpestò, con sensazioni differenti. Si cercano le identità ridisegnate dalla modernità, scrutando verso l'orizzonte, superando sterminati campi di grano, incontrando uomini alla deriva di loro stessi. Ma si finisce a fare i conti con la retorica, perdendosi per strada i buoni propositi e la poesia delle immagini

27 gennaio 1945: Primo Levi viene liberato dal campo di prigionia di Auschwitz. Da qui un lungo ponte che unisce l'aprile del 1963, data di pubblicazione del romanzo di Levi "La tregua", al 1997, anno di uscita del film di Francesco Rosi ispirato allo stesso romanzo del ritorno. Quasi un decennio più tardi il regista Davide Ferrario e lo scrittore Marco Belpoliti preparano la sceneggiatura per "La strada di Levi", che passa dal Toronto Film Festival, per approdare alla Prima Festa del Cinema di Roma tra i film in concorso. Una lunga strada che attraversa le emozioni di un uomo scampato alla morte, si impregna dell'inchiostro versato per descriverle e giunge sullo schermo, carica di nuovo significato, palla di neve fatta di tempo, cambiamenti, nuove guerre e nuovi eroi.

Il bianco e nero spinge lo sguardo più in là, oltre la grata, in cerca delle macerie di una civiltà per sempre segnata. Ground Zero era le Twin Towers, era l'esposizione di chilometriche file di finestre dal potere riflettente, era l'America. Oggi è diventato un simbolo del presente, la linea di confine che separa il prima dal poi, la fine di una tregua per il mondo intero. Nel film di Ferrario è il tramite che permette alle parole di un Levi che fu, di scorrere in sintonia con le immagini di quell' Europa più vecchia di quarant'anni, sfigurata dalla paura e dalle tensione di un nemico così grande quanto invisibile. Per cogliere il fascino di terre lontane da un'osservatorio in movimento, ascoltando le testimonianze di chi ha vissuto le tragedie e ancora lotta per sopravvivere. 

Una linea rossa disegna su una cartina il percorso tracciato da Levi nei lunghi mesi durante i quali attese il ritorno in Italia, passando da un treno all'altro, sognando di un futuro vicino con la mente immersa ancora nei ricordi. La speranza di un finale rassicurante che potesse cancellare le visioni di un inferno ancora in combustione, affidata alle parole. Si guardano intorno, si meravigliano. Poi temono, ragionano, immaginano. Polonia, Ucraina, Bielorussia. Romania, Ungheria, Austria, Slovenia, Germania. Infine l'Italia e Torino. A casa.

Si cammina sulla stessa terra che Levi calpestò, con idee e sensazioni differenti. Si cercano le identità ridisegnate dalla modernità, si va a fondo scrutando verso l'orizzonte, superando sterminati campi di grano, incontrando uomini alla deriva di loro stessi. Lunghi silenzi che si alternano a passi de "La tregua" recitati da Umberto Orsini. Riprese che colgono l'idea di passaggio e di spostamento. Lo spunto che è alla base dell'ultima opera di Ferrario è interessante ed ha in sé tutte le potenzialità per coinvolgere il pubblico. Un tema così difficile e grondante di storia non può però essere affidato ad una tecnica documentaristica classica e monotona, che annoia con i suoi tempi lunghi, eccessivamente dilatati. La lettura dei passi di Primo Levi è pesante, eccessivamente carica. E si finisce a fare i conti con la retorica, perdendosi per strada i buoni propositi e la poesia delle immagini all'inizio mostrati, ritrovati solo negli ultimi minuti. Questo viaggio insomma, sarebbe forse meglio ricominciarlo, liberi da falsi condizionamenti.  

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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