CINEMA - 1a Festa Internazionale di Roma - "Borat", di Larry Charles (Evento Speciale)
Il finto Studio Culturale sull'America per Produrre Benefici al Glorioso Stato del Kazakhstan ha qualcosa di vero: la reazione degli americani ignari, colti nelle loro contraddizioni e nel loro violento rifiuto del diverso, in un film agghiacciante che gioca ancora una volta la carta della candid camera d'assalto

Come se davvero Blake Edwards non abbia mai girato Hollywood Party quarant'anni fa, il comico televisivo Sacha Baron Cohen (un tempo noto come Ali G) si mette a fare l'immigrato del Kazakhstan che parla strano e si comporta da primitivo alle prese con le abitudini e i costumi degli americani. Problema: il personaggio di Sacha non è esattamente Hrundi Bakshi. Secondo problema (conseguente): Sacha Cohen non è propriamente Peter Sellers. Oddio, ci sarebbe anche un terzo evidente problema - Larry Charles per forza di cose non può essere Blake Edwards -, ma la colpa del perché Borat sia un film così fastidioso e irritante probabilmente va data sempre ad Ali G, che si è messo anche a scriverlo: si potrebbe allora obiettare a Charles giusto, chiamiamola così, l'avventatezza nel passare a realizzare un film del genere dopo aver lavorato su di uno script di Bob Dylan (Charles è il regista di Masked and Anonymous, l'ultima fatica cinematografica del cantautore americano). Entrambi i lungometraggi di questo regista noto per sit-com al vetriolo come Seinfeld e Curb Your Enthusiasm hanno ambizioni grottesche e satiriche sugli Stati Uniti, ma mentre il film con Dylan mantiene un tono affascinante da apologo apocalittico, questo Borat parte subito in quarta all'insegna della farsa più sbracata, con un tono da video alternativi di quelli trasmessi su Flux, il canale 'indie' di MTV (vengono in mente le avventure in giro per il mondo di Jacko, aspirante modello venuto dall'Est...). Tra l'altro, proprio l'incipit al paese del protagonista Borat, oltre a segnare la cifra stilistica del film (comicità quantomeno sconfortante...), è forse l'unica parte del tutto ricostruita di un'opera che gioca ancora una volta la carta della candid camera d'assalto, con l'operatore che segue con la mdp a spalla Borat inserirsi come elemento di disturbo in una serie di situazioni reali e 'tipicamente americane'. E quindi ecco Borat al rodeo che storpia l'inno americano, e i bovari la prendono abbastanza male; ecco Borat che partecipa ad una cena del Club del Bon-Ton, si porta una prostituta appresso, poi ha problemi col bagno di casa (Hrundi Bakshi, 1968...); ecco Borat che va da un antiquario e rompe tutti i piatti, i vasi e le porcellane appena si gira o scivola (Peter Sellers, stessi anni...); ecco che corre nudo tra i corridoi e le hall di un albergo; eccolo tra le Femministe a dire come bisogna trattare una donna in Kazakhstan. Il finto Studio Culturale sull'America per Produrre Benefici al Glorioso Stato del Kazakhstan ha quindi qualcosa di vero: la reazione degli americani ignari, colti nelle loro contraddizioni e nel loro violento rifiuto del diverso - come il momento in cui finalmente Borat giunge al cospetto del suo sogno americano, Pamela Anderson impegnata in una signing session, e tenta di rapirla mettendola in un sacco per portarsela via. Ovviamente viene braccato e malmenato dalla Security, nel più perfetto stile da Le Iene e Striscia la Notizia. Ecco, la sensazione preponderante durante la visione di questo agghiacciante film è quella che si prova guardando i servizi di questo tipo di programmi televisivi: apprezzi il nobile intento, capisci che hanno forse qualcosa di importante da dimostrare...ma il modo, questo modo violento e (ma si, ma si) "repressivo", "squadrista" (!), il modo ancor m'offende.
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