CINEMA - 1a Festa Internazionale di Roma - "Viaggio segreto", di Roberto Andò (Eventi speciali)
"Viaggio segreto" sembra vittima dello stesso male che immobilizza i suoi personaggi. Una storia 'lontana', in potenza, può fare più male del proprio vissuto personale. Ma questo non avviene e resta solo, come nella storia stessa, una coltre reiterata di silenzio

Non sa bene che direzione prendere il Viaggio segreto di Andò. Eternamente sospeso tra più strade - scavo psicologico, mistero giallo a indizi, dramma familiare - non ne imbocca nessuna. Perché i personaggi sono senza spessore: non per mancanza di capacità interpretative ma per scelta o necessità narrativa. Perché la rivelazione finale è inequivocabilmente anticipata. Perché eventi tragici non lasciano segni. Appesantito e senza angoscia, il film percorre case senz'anima, insiste sul gelo dei volti ma anche sull'ostentazione della nudità. Alcuni spunti sono interessanti e regalano un sussulto minimo - l'angoscia palpabile nel viaggio in treno di Leonardo (Alessio Boni), la vegetazione silenziosa a sfondo dei luoghi della memoria, la fissità dello sguardo che tutto cela. Viaggio segreto sembra vittima dello stesso male che immobilizza i suoi personaggi. Forse questa poteva essere la chiave della sua grandezza. Ma diventa un gap tra il film e lo spettatore, vuoto di empatia e muto di emozioni. Vero che la storia è stra-ordinaria. Vero anche, però, che bisogna rivestirsi di strati di lastre di ghiaccio per annullare completamente la possibile partecipazione a certi totalizzanti dolori. E in effetti, così sono i due fratelli: Leo con i suoi pesci e i suoi acquari, Ale con una voce che protegge sia lei che gli altri da se stessa. Se Andò voleva giocare su oblìo, chiusura, indicibilità, non si capisce allora il continuo, morboso mostrare i rapporti tra i genitori; se il tema di fondo era (anche) l'incesto, la cosa si complica di più. Infatti, sarebbe degna di nota la soluzione che lascia a parte il rapporto tra i due fratelli, scegliendo di non mostrare: perché quello che si vede può essere vero o falso, e nessuno, nessuno può andare oltre la superficie visibile in questi casi. Sacrosanto, coerente, giusto. Ma se per tutto l'arco del film ogni segno è polisemico (quindi, in definitiva, tende a non significare), il finale è talmente 'aperto' alle interpretazioni da risultare appiccicato di forza al resto dell'opera, quasi immotivato. Un senso doveva essere almeno sospeso; mancando le condizioni minime, il tutto - purtroppo - si disperde. Il filo della memoria emerge a inserti, puntuale, congiungendo segmenti ordinati e sequenziali, fin troppo classicamente. Il resto si perde spesso in inquadrature e profondità televisive. Una storia 'lontana', in potenza, può fare più male del proprio vissuto personale. Questo qui non avviene, e resta solo, come nella storia stessa, una coltre reiterata di silenzio.
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