CINEMA - 1a Festa Internazionale di Roma - "After The Wedding", di Susanne Bier (Cinema 2006)
Il dramma e il rito: la formula dialogica classica del cinema danese è alla base del nuovo film di Susanne Bier. Un intreccio di tragedia e melodramma che la regista di "Open Hearts" e "Non desiderare la donna d'altri" spinge dalle dinamiche più strettamente di coppia a quelle più ampiamente familiari
Il dramma e il rito, formula dialogica classica del nuovo cinema danese, quello nato dal Dogma e fortunatamente sviluppatosi poi in formulazioni più libere. Ci si adagia anche Susanne Bier nel suo nuovo film, After The Wedding (Dopo il matrimonio, come verrà distribuito in Italia da Teodora), intreccio di dramma e melodramma che, a differenza dei suoi precedenti lavori (ricordiamo almeno Open Hearts e Non desiderare la donna d'altri), si spinge dalle dinamiche più strettamente di coppia a quelle più ampiamente familiari. Il dramma, dunque: il male incurabile che si impone come un destino fatale sulla vita del potente Jorgen, magnate di una multinazionale segretamente malato di cancro e ormai a pochi mesi dalla morte. E poi il rito: le nozze di Anna, la figlia non "biologica" di Jorgen, da lui cresciuta con amore e ora in procinto di sposarsi. Il matrimonio è un rito di unione, ma in realtà Jorgen lo trasforma anche in un rito di riunione, visto che l'intreccio di base di After The Wedding si fonda sul classico meccanismo dell'agnizione: con un uomo che scopre d'improvviso d'essere padre e si trova a doversi fare carico di una famiglia che forse avrebbe desiderato, ma che in realtà non ha mai voluto. Quest'uomo è Jacob, il secondo polo del film: volontario in India, dove gestisce un orfanotrofio che ora ha urgente bisogno di finanziamenti, motivo per cui è costretto a tornare in Danimarca per incontrare Jorgen, disposto a una ingente donazione. In realtà, l'intento di Jorgen è quello di riunire sua moglie Helene con Jacob, suo primo amore nonché vero padre di Anna...
Come in Open Hearts e in Non desiderare la donna d'altri, siamo dunque in presenza di una storia in cui il destino è il principale agente di un dramma che si sviluppa poi sulle dinamiche di rapporto (affetti, potere, ricatti morali, fughe emotive). Naturalmente la potenza d'impatto è alta e va detto che After The Wedding ha una capacità di contatto col pubblico anche maggiore dei film precedenti di una regista che in patria ha un ottimo riscontro anche al box office. Lavorando sulle dinamiche di relazione che si sviluppano tra i personaggi, infatti, il film rende vivido l'intreccio drammatico, facendolo pulsare nelle vene e nelle emozioni di figure in grado di risultare sempre autentiche pur nel sovraccarico emotivo da cui sono gravate. Il confronto tra le varie coppie è affidato a una successione di rivelazioni e svelamenti che cambia progressivamente la disposizione affettiva dei personaggi, aggiungendo materia e stratificando l'intreccio. Susanne Bier si affida a una messa in scena dinamica, che trova riscontro in un montaggio che amplifica l'impatto emozionale del film. Vero è che non mancano alcuni vezzi ormai tipici del cinema danese, come una certa irascibilità della tensione drammatica e il ricorso a indici semantici che rischiano di apparire gratuiti (si veda, in questo caso, l'insistenza sul tema visivo dell'occhio, non supportato da un preciso riscontro narrativo o espressivo). Alla stessa maniera infastidisce non poco l'insistenza sul tema degli orfani indiani, tutto sommato superfluo alla stringente natura del dramma vissuto da Jorgen e Jacob. Più che altro una traccia aggiuntiva, sulla quale però la regista insiste con un prologo ed un epilogo carati su una raffigurazione dell'infanzia bisognosa che appare incongrua a fronte di un dramma prettamente "borghese" come quello vissuto dai protagonisti del film.
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