La dea del '67

Nel suo passaggio da Hong Kong all’Australia Clara Law arricchisce il suo cinema di tutto un mondo che nel movimento trova il motivo centrale della sua ispirazione. E non solo perché ripercorre con rigorosa coerenza le linee tradizionali del road-movie, ma perché si muove con estrema disinvoltura tra stili e modelli iconografici, in un gioco di contaminazione tra cinema e pubblicità. In questo contesto cangiante La Dea del ‘67 (un particolare modello di Citroën diventato oggetto di culto dei collezionisti) diventa pretesto narrativo e formale, punto di partenza di questo viaggio di magnifica dispersione in un’avventura attraverso il tempo e lo spazio, su strade deserte e polverose e in una memoria fatta di schegge e dolore. Due i protagonisti: lui un giovane giapponese che per comprare l’auto dei suoi sogni ha abbandonato casa e lavoro, lei diciassettenne cieca che ripercorre a ritroso la sua storia.
Frammentario e splendidamente diseguale è questo film di immagini bruciate e colori assoluti, dove il ritmo si perde lentamente, dissolvendosi nei lunghi silenzi e in un paesaggio che si fa sempre più lunare e irreale, fino ad evaporare nel più denso sentimento di attesa che, invece, si impone fino a farsi ossessione.
Titolo originale: The Goddess of 1967
Regia: Clara Law
Sceneggiatura: Eddie Ling-Ching Fong, Clara Law
Fotografia: Dion Beebe
Montaggio: Kate Williams
Musica: Jen Anderson
Scenografia: Nicholas McCallum
Costumi: Anni Marshall, Helen Mather
Suono: Roger Savage
Interpreti: Rose Byrne (Deirdre), Rikiya Kurokawa (JM), Nicholas Hope (nonno), Elise McCredie (Marie)
Produzione: Eddie L.C. Fong, Peter Sainsbury per Still Life Pictures/Trix Films
Distribuzione: Fandango
Durata: 118’
Origine: Australia, 2000


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