THERE WILL BE COEN - LA NOTTE DEGLI OSCAR 2008
Tra vincitori e sconfitti, la notte degli Oscar di quest'anno lascia intuire venti di cambiamento e un’apertura multiculturale forse non sottovalutabile. Vincono i Coen con un cinema costruito, sottrattivo, ma molto rispettato da critica e addetti ai lavori, e gli italiani Ferretti e Marianelli. Per certi versi sono stati gli Oscar meno americani degli ultimi anni: la vittoria di quattro attori di provenienza non statunitense (Tilda Swinton, Javier Bardem, Daniel Day-Lewis, Marion Cotillard) sta a indicarlo con puntualità. Un’edizione molto attenta alla qualità, in cui tra i film candidati l’unico campione d’incassi era la commedia Juno.
Alla fine è andata come si era pronosticato. Il film dei fratelli Coen tratto dal romanzo di Cormac McCarthy trionfa alla notte degli Oscar losangelina con 4 riconoscimenti (miglior Film, Regia, Attore non protagonista, Sceneggiatura). Una vittoria assoluta che premia l’innegabile perizia tecnica e drammaturgica raggiunta dai cineasti di Indianapolis, da sempre fautori di un cinema costruito, a tratti furbo, di sicuro estremamente “pensato”. Non è un paese per vecchi si è però rivelato il loro lavoro più amato dai tempi di Fargo, quindi – seppur con parziali riserve - accettiamo il verdetto dell’Academy.
E’ stata del resto una serata che non ha lesinato alcune piacevoli sorprese e che ha visto uno svolgimento meno prolisso e cerimonioso del solito. Per certi versi sono stati gli Oscar meno americani degli ultimi anni: la vittoria di quattro attori di provenienza non statunitense (Tilda Swinton, Javier Bardem, Daniel Day-Lewis, Marion Cotillard) sta a indicarlo con puntualità. Sorprende in particolar modo la vittoria di Marion Cotillard per La vie en rose, la prima attrice – dopo Sophia Loren per La ciociara – ad aver vinto un Oscar per un film recitato non in lingua inglese. Segno evidente che anche nelle categorie principali l’Academy quest’anno ha guardato oltre Hollywood. D’altronde il lungo sciopero degli sceneggiatori, che aveva persino messo in discussione fino a poche settimane prima il regolare svolgimento della manifestazione, e la presenza tra i film candidati di diverse pellicole indipendenti erano già il sintomo di una edizione particolare. Anche altri verdetti tecnici evidenziano la multiculturalità di quest’anno, si veda i trionfi degli italiani Dante Ferretti e Francesca Lo Schiavo per le scenografie di Sweeney Todd e del pisano Dario Marianelli, compositore della colonna sonora di Espiazione. Il make-up è invece andato ai francesi di La vie en rose. Più di una perplessità lascia, invece, il premio quale miglior Film Straniero a Il Falsificatore. D’altronde lo scempio qui era stato compiuto già in fase di nomination, con la scandalosa esclusione di Lussuria e soprattutto del romeno 4 Mesi 3 Settimane 2 Giorni. E’ questa forse l’unica sezione “scandalosa” di questa edizione, assieme all’assenza di Eddie Vedder nella categoria Miglior Canzone.
Molto interessante, e meritato, ci sembra l’exploit in ambito tecnico di The Bourne Ultimatum di Paul Greengrass. L’action movie più avanzato e politico della stagione si è infatti giudicato tutte le tre categorie in cui concorreva: Montaggio, Effetti sonori, Suono. Un riconoscimento importante. Come sacrosanto è stato il premio a Ratatouille, uno dei migliori film dell’anno, nella categoria dedicata ai film d’animazione.
Andiamo invece ai grandi sconfitti della serata. Due Oscar sono andati all’immenso Il Petroliere di Paul Thomas Anderson. Pochi dubbi c’erano sul fatto che Daniel Day Lewis sarebbe riuscito ad aggiudicarsi il premio per la miglior interpretazione maschile, sebbene le voci dell’ultima ora insinuavano un sorpasso di George Clooney per Michael Clayton. Il Daniel Plainview costruito da Lewis era un personaggio troppo monumentale per essere sconfitto e così col suo secondo Academy Awards l’attore si consacra come uno dei più grandi interpreti degli ultimo trent’anni. L’altro importante riconoscimento a Il Petroliere è andato poi alla bellissima fotografia di Robert Elswitt, in una categoria che mai come quest’anno era stata baciata da lavori di qualità superba (Non è un paese per vecchi, L’assassinio di Jesse James per mano del codardo Robert Ford, Lo scafandro e la farfalla). Dispiace che un talento come Paul Thomas Anderson (già candidato in passato per le sceneggiature di Boogie Nights e Magnolia) non sia riuscito ad aggiudicarsi il riconoscimento né per la Sceneggiatura non originale né per la Regia, categorie vinte entrambe dai Coen. Il campione d’incassi Juno si è accontentato della sceneggiatura originale, mentre Michael Clayton – unico film in lizza con alle spalle una potente major quale la Warner Bros. – si è portato a casa solo il premio all’attrice non protagonista (Tilda Swinton).
Questa edizione conferma comunque un dato importante riscontrabile negli ultimi anni: a vincere i premi importanti sono sempre più frequentemente pellicole cupe, non epidermicamente consolanti, Non è un paese per vecchi segue infatti il The Departed dello scorso anno e l’eastwoodiano Million Dollar Baby di tre anni fa, e vengono premiati registi (Scorsese, i Coen, in parte lo stesso Eastwood) che fino a qualche anno fa mai avrebbero ambito a un tale plebiscito.
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