VENEZIA 67 – “Road to Nowhere”, di Monte Hellman (Concorso)
Uno dei ritorni alla regia più attesi degli ultimi anni. Il grande Monte Hellman e la realtà che si confonde con il mondo virtuale del cinema. Film nel film, stratificazione di più piani, personalità che sembrano sdoppiarsi e dissociarsi, atmosfere torbide si intrecciano. Road to Nowhere è la ricerca spasmodica di una verità originaria, che chiama la realtà delle cose del mondo e di sé, è la storia di una conversione. Dalla realtà presunta soggiacente, all’immagine
Uno dei ritorni alla regia più attesi degli ultimi anni. Il grande Monte Hellman torna dopo 20 anni circa con un lungometraggio che sembra scompigliare i codici del genere noir, per devastare la vita al cinema. Un giovane regista sta provando a realizzare un film su una storia vera con morti e segreti politici. Inevitabilmente si innamora della sua protagonista che però sembra nascondere un passato poco chiaro. La realtà si confonde con il mondo virtuale del cinema. Un film nel film, stratificazione di più piani, personalità che sembrano sdoppiarsi e dissociarsi, atmosfere torbide si intrecciano. Capolavoro teorico all’apparenza, ma è solo la vernice superficiale di un corpo filmico assolutamente conturbante, romantico e pericolosamente destabilizzante. Hellman , factotum del cinema e di Hollywood, gira con una semplice Canon 5D Mark II, perché è il modo più semplice per passare inosservati, per attraversare il set unico dell’esistenza, senza dover chiedere permessi e autorizzazioni. Hellman in realtà gira il film di un altro, come ha quasi sempre fatto nella sua carriera, infatti il suo nome compare solo sui titoli di coda, dopo aver lasciato le redini del comando ad un giovane autore, come fosse il suo alter ego, pronto a lavora per chiunque e su tutto, basta trovare creazioni e progetti affini al proprio pensiero. Hellman non è mai stato un rivoluzionario e lo dimostra in questo magnifico viaggio nel cinema, viaggio nella bottega dei sogni e delle passioni per immagini; Hellman è semplicemente o complicatamente, presente in nessun luogo, ovunque, è il cuore scoperto sul confine. “È finito il cinema”, ad un certo punto recita un suo attore, richiamando alla realtà la troupe, richiamando la rappresentazione al risveglio. “Giù le armi”, urla il poliziotto al regista accusato di omicidio, quando in realtà tra le mani si ritrova la sua canon, che poi sarebbe quella di Hellman. Non è però semplice parabola della finzione nella realtà, o viceversa, troppo scontato e battuto. È qualcosa di più o magari di meno: la realtà è di solito immaginata come un cerchio banale, più o meno ampio, in cui sono allineati gli eventi, necessari o contingenti, intesi come già dati, anche quando, come avviene per qualcuno, siano creduti animati dal cinema. Gli eventi appaiono tragici o comici, fortuiti o rigidamente determinati, ma Hellman, o chi per esso, ci lascia cadere in un mondo potentemente manovrato, finemente “spionistico”, dalla posizione simbolica in cui siamo immersi proprio dal racconto non scritto che ci muove e che ci determina. Che è proprio questo racconto a renderci eroi, o al contrario zimbelli, oppure semplicemente mediocri e così via. Il cinema è ancora una volta un viaggio in cui, piuttosto che acquisire un nuovo statuto o perdere quello che si riteneva di possedere, ci si trova a compiere un percorso nella vita che si scioglie in una sequenza. La vita non è che il racconto della nostra vita, che noi facciamo a noi stessi oppure al quale ci identifichiamo credendo a quanto gli altri dicono di noi. Nessun cambio di scena, solo un continuo fluire fino al bianco accecante che tutto spazza via o almeno sembra: qui Road To
Nowhere si fa parodia dei generi precedenti e contiene dunque l’acuta consapevolezza di un sembiante che sembra svanito, ma non del tutto, anche se ormai non può che fissarsi ora qui ora là, in uno sparpagliarsi e in un riemergere inquieto, o appunto nella dimensione nostalgica di una perdita irreparabile (forse, ancora…). Ecco l’implosione che dissolve del tutto ogni possibile rappresentazione o proiezione del sembiante, al punto che sembiante diventa o ritorna ad essere semplicemente l’immagine della morte, in un rinvio incessante oltre sé medesima, considerata nella sua flemmatica polifonia, equivocità, cioè alterità costitutiva. Road to Nowhere è la ricerca spasmodica di una verità originaria, che chiama la realtà delle cose del mondo e di sé, anche (evidentemente) sotto la forma di una domanda sulla ragione della propria sofferenza, ma che finisce invece per incontrare l’immagine, come immagine originaria. Road to Nowhere non è che la storia di questa conversione. Dalla realtà presunta soggiacente, all’immagine.
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