VENEZIA 67 – “Zebraman 2: Zebra City no Gyakushu (Attack on Zebra City)“ di Takashi Miike (Fuori Concorso)
Il ritorno dei supereroi mascherati, riletti attraverso la cifra irriverente propria del cinema di Takashi Miike, che rende il suo Zebraman una figura disallineata rispetto a un presente dominato dall’estetica della distruzione, dove il protagonista, per salvare il mondo, deve per prima cosa ritrovare se stesso
I sei anni che marcano la distanza fra i due capitoli di Zebraman sono sufficienti a descrivere non solo l’evoluzione stilistica che interessa il cinema di Takashi Miike, ma anche la deriva tutta interna al cinema di genere giapponese, con particolare riferimento alla fantascienza tokusatsu. Lo Zebraman datato 2004 descriveva infatti la necessità di una ricostruzione della mitologia di genere: il protagonista (il grande Show Aikawa, fra gli attori feticcio del regista) era un mite insegnante che per diletto si fabbricava un costume ispirato a un ipotetico supereroe televisivo degli anni Settanta, Zebraman appunto, e scopriva così di possedere davvero i poteri in grado di elevarlo a salvatore della Terra. I piani narrativi dunque si sovrapponevano, in una ricerca del punto di fuga che necessariamente passava per una ricognizione (ironica) dei cliché del filone (ognuno naturalmente scelga i suoi riferimenti, da Kamen Rider a Megaloman). Nel sequel, dislocato temporalmente 15 anni dopo, Zebraman si risveglia in una megalopoli dove vige un regime tirannico, che ha instaurato lo Zebra Time, un intervallo di tempo giornaliero durante il quale è possibile commettere ogni reato, ossequiando così il dualismo insito nel simbolico costume bianco/nero dell’eroe, ormai diventato un'icona popolare. Inevitabilmente la battaglia di salvezza si sposta perciò contro un doppio oscuro, che ha le fattezze della nuova Zebra Queen (l’attrice Riisa Naka, che nel gioco di fascinazione/repulsione con lo spettatore va idealmente a collegarsi ad altre bad girl del cinema di Miike, dalla Agi di Yokai Daisenso alla miss Doronjo di Yattaman). Pertanto la ricostruzione della mitologia passa stavolta per un confronto intestino che si lascia abbastanza alle spalle la consapevolezza metanarrativa (pure presente), per giungere soprattutto a una pirotecnica ed esaltante sfida fra il Bene e il Male.
Miike ne approfitta per mettere in scena una sarabanda di eventi (ancora una volta, non priva di ironia) che ossequia la tendenza mainstream del suo cinema più recente, in cui rientrano i già citati Yokai Daisenso e Yattaman, dove la ricerca stilistica diventa effettivamente gioco spregiudicato con la grandeur dell’estetica blockbuster. Si rovescia in questo modo la tendenza più minimale del prototipo, che nella necessità di rifarsi all’estetica televisiva anni Settanta privilegiava un approccio più assorto e contemplativo, qui rimpiazzato da una iperbolicità che affonda nell’effetto digitale e nello sfarzo dei costumi di Zebra Queen. Anche quando gioca, però, Miike continua a fare sul serio ed è dunque possibile leggere in filigrana il suo Zebraman 2 come una ricognizione satirica sui modelli estetici imposti dall’industria del consumo di massa, come gli idoli pop della musica, passando poi per tutte le figure dell’autorità, riunite in un enorme pastone di inefficienza e spietatezza che ci dice della stupidità umana. Il percorso dell’eroe diventa quindi ondivago, costretto a fare i conti con una gloria nazionale che è fardello e che non a caso vede il momento di massimo fulgore del nostro (la vittoria contro gli alieni, su cui si chiudeva il primo film) coincidere con l’abbandono da parte dei familiari e con la perdita di ogni privacy.
Il fatto che il supereroe provenga dal passato sembra dunque suggerire una tensione ideale verso uno “ieri” ormai perduto e che per ritrovare se stesso deve necessariamente passare per l’Apocalisse del presente. In questo Miike si conferma un regista attento alle pulsioni vitali insite nell’estetica della distruzione.
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