TORINO 23 - Masters of Horror: "Una serie pensata per i registi e per la loro libertà creativa". Incontro con Dante, Landis, Argento, Coscarelli e Garris.

I creatori della serie televisiva dedicata al genere della paura hanno spiegato le motivazioni alla base del progetto e il loro rapporto con Hollywood. Un confronto con il pubblico del Festival, che si è rivelato più un'informale chiacchierata fra amici che una riflessione sul loro mito

Affabili ed emozionati per il grande successo riscosso dai loro lavori, i 5 "Masters of Horror" intervenuti a Torino (Joe Dante, John Landis, Don Coscarelli, Mick Garris e Dario Argento), oltre a presenziare ad ogni proiezione loro dedicata, riscuotendo sempre scroscianti applausi, hanno poi incontrato il pubblico nel tardo pomeriggio di lunedì 14 novembre. Un'occasione storica, che ha avuto però il carattere di una informale chiacchierata fra amici, rispecchiando la natura di sostanziale divertimento e rispetto reciproco nella quale era nato il progetto: come ha spiegato Mick Garris, infatti, il titolo della serie non vuole essere autocelebrativo, ma nasce come ironica definizione che Guillermo Del Toro, presente a una delle cene dove i vari registi si erano incontrati dando forma al progetto, aveva scherzosamente attribuito agli astanti. Se i presupposti erano faceti, la consapevolezza di ciò che si andava a mettere in piedi è stata però serissima. Come ha infatti ricordato John Landis, l'importanza di Masters of Horror sta nel fatto che è un progetto "incentrato sui registi e non sugli attori, come ormai usa, soprattutto in televisione".

Proprio la televisione è stata oggetto del contendere di una simpatica diatriba fra Dario Argento e lo stesso John Landis: il regista di Suspiria, incontenibile mattatore della serata, asseriva infatti che la destinazione televisiva non aveva influenzato il lavoro degli autori e che i film sono stati pensati come se fossero dei lavori cinematografici. I distinguo di Landis muovevano dalla consapevolezza che il suo Deer Woman nasceva invece proprio come studio sui meccanismi stilistici televisivi, fatti di tempi differenti e uso prevalente dei piani rispetto ai campi. La libertà, comunque, è stata rimarcata da tutti come un elemento assolutamente centrale della serie, fermo restando le ristrettezze del budget (1,8 milioni di dollari a episodio, un'inezia se confrontati ai 5,5 de I Sopranos) e i tempi di lavorazione molto stretti (10 giorni di riprese a Vancouver).

La censura peraltro è intervenuta sull'episodio di Argento, il quale si è detto comunque non dispiaciuto della cosa, probabilmente consapevole anche del fatto che tutto nasce da Showtime, una casa di produzione di DVD e che proprio nel digitale avrà la sua destinazione finale. Il successo televisivo resta comunque auspicabile per proseguire nel progetto e, per registi come Joe Dante, per mandare messaggi che "diano fastidio" (allo stato attuale, comunque, il suo Homecoming non è ancora stato trasmesso).

Per il resto la chiacchierata si è indirizzata sull'horror attuale, più incentrato sullo sfruttamento commerciale di un successo e interessato a compiacere un pubblico più ampio possibile. Un genere impossibilitato, per ragioni anche anagrafiche, a godere di quella libertà che i Maestri avevano avuto alla fine degli Anni Settanta, quando avevano potuto permettersi di reinventare gli archetipi ormai desueti della Hollywood Classica, avendo alle spalle l'attivismo politico fomentato dalla guerra in Vietnam (anche se per Landis "non solo gli horror, ma tutti i film sono politici e per questo gente come noi fa il cinema"). Molto forte in tutti resta la malinconia per una concezione di cinema ormai lontana  e non più incentrata su volti e icone di culto, come poteva essere all'epoca dei Boris Karloff e dei Vincent Price, ricordati per la loro professionalità e consapevolezza del meccanismo produttivo e creativo: allo stato attuale "è rimasto soltanto Christopher Lee, senza considerare Robert Englund, dopo di loro sparirà un intero modo di concepire il cinema".

Sul ricambio generazionale sono stati comunque individuati alcuni nomi, come Lucky MacKee (May) e Richard Kelly (Donnie Darko), mentre Dario Argento si è mostrato particolarmente ottimista a proposito, ricordando che "anche avere soltanto tre/quattro nuovi registi per ogni generazione può considerarsi una cosa ottima. Non bisogna credere che sia importante avere molti nomi nuovi". In conclusione, spronati dalle domande del pubblico, gli autori hanno elencato i film della loro carriera per i quali verranno ricordati, un simpatico modo per scendere a patti con la consapevolezza del proprio mito: un momento nel quale ancora una volta Landis ha posto il suo distinguo, eccependo che credeva di essere un regista di commedie, salvo essersi ritrovato fra i "Masters of Horror".

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