TORINO 24 - "46 Oku Nen no Koi/Big Bang Love, Juvenile A" di Takashi Miike (Fuori Concorso)
Forse un giallo, magari una impossibile storia d'amore, di certo un'indagine su un omicidio che diventa pretesto per mettere in scena un universo autosufficiente eppure del tutto inafferrabile: un nuovo capitolo della lunga ricognizione che il prolifico regista giapponese compie intorno a personaggi cui è negata la felicità

E' un continuo rincorrersi quello tra il cinema di Takashi Miike e la città di Torino: dalla presentazione di Ichi the Killer al TFF nel 2002, proseguendo per l'ampia retrospettiva curata dal Museo del Cinema pochi mesi fa, fino al culmine (attuale e momentaneo) con la proiezione fuori concorso al Festival di questo 46 Oku Nen no Koi (titolo inglese: Big Bang Love, Juvenile A). Un giallo, forse, o magari una impossibile storia d'amore, di certo un'indagine che ruota intorno a un omicidio compiuto in un carcere situato in un paesaggio para-fantascientifico, simile a quello dell'esordio lucasiano di THX 1138, alla Fuga di logan o, se vogliamo, a quello del The Island di Michael Bay. Ma con una qualità più smaccatamente onirica o ancor più mentale, dove lo spazio è annullato e le scenografie sono distorte, presentano linee oblique che sembrano concretizzare mondi kafkiani. Un universo a latere, dove i corpi stessi dei carcerati non hanno una consistenza, attraversati come sono da fasci di luce e seppelliti mediante abili giochi di fuori-fuoco nel buio che tutto sembra avvolgere. E' un mondo in preda a una lenta disgregazione, che diversamente dal solito non lascia spazio ad esplosioni improvvise e feroci di violenza, poiché è uno spazio "oltre": forse oltre la vita, di certo oltre il dolore, nel quale la violenza è già stata commessa, è parte quotidiana di un modo di essere che si riverbera nell'apatia dei ragazzi reclusi, nel loro provenire da realtà "difficili" e nel loro passare da situazioni di stasi ad altre di lotta senza soluzione di continuità. Salvo poi deflagrare in un omicidio che necessita quell'indagine che razionalizzi il sistema sul quale si basano i rapporti fra i personaggi, ma che resta vacuo tentativo di assegnare ruoli e direttrici a una realtà perfettamente autosufficiente eppure del tutto inafferrabile.

Le poche figure "solari" (il razzo, la farfalla) sembrano dunque vuoti simulacri sui quali il film non pare voler prendere posizione, lasciando allo spettatore il comprendere se siano simboli di speranza, in grado di permettere la "fuga" liberatrice, il viaggio verso un altrove che non si conosce e che potrebbe essere lo spazio o il Paradiso; oppure semplici elementi che concretizzano il vuoto pneumatico dei ragazzi prigionieri, la loro condanna a una vita priva di felicità. In questo schema si inserisce poi una certa tensione omoerotica che sembra voler estrinsecare un tentativo dei ragazzi di essere corpi di carne in un universo mentale che annulla la loro esistenza, ma che allo stesso tempo può consentire una liberazione dallo schema o un ulteriore complicarsi dello stesso. E che per questo arricchisce la trama di una possibile componente melodrammatica, prima ancora che erotica.
Un rincorrersi, dunque: immagine quantomai opportuna poiché tale è anche il rapporto che naturalmente si stabilisce tra Miike e il pubblico e tra Miike e la critica: oggetto inafferrabile, questo prolifico regista nipponico continua con le sue opere a trasmettere un senso di vertigine che mette di fronte alla vetustà degli strumenti con i quali ci si relaziona "normalmente" ai film. Siamo rimasti indietro, o probabilmente Miike è andato più avanti di quanto si possa immaginare, ma il valore del suo cinema è realmente quanto di più libero e "oltre" si possa oggi pensare e sperare di ottenere da una visione su schermo. In questo senso Juvenile A sembra quasi dribblare in anticipo qualsiasi opposizione, poiché riassume e rimette in gioco il Miike di ieri e oggi: visivamente elaborato (soprattutto nella prima parte) come lo splendido Imprint (l'episodio "censurato" dei Masters of Horror) è capace di passare tra registri differenti pur costringendo la storia in una struttura a capitoli espressa da una serie di titoli/didascalie. Il risultato è parecchio straniante nella sua apparente catatonia e cripticità, ma allo stesso tempo è intrigante e rivela ancora una volta in Miike un talento coerente e fertile.
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