TORINO 24 - Il cinema americano classico a confronto con l'oggi: l'eredità di Robert Aldrich e John Ford
Presentata la nuova versione del "Directed by John Ford" di Peter Bogdanovich, arricchita da testimonianze dei maestri della New Hollywood. Il tutto in una giornata che attraverso i capolavori di Robert Aldrich fornisce un'interessante anticipazione di quella modernità tipica del cinema recente

Il valore di un festival non sta tutto nella qualità delle proposte, ma nel modo in cui le stesse si intrecciano, creando a volte dei percorsi cinefili utili a fornire una cartina al tornasole della realtà cinematografica di ieri e di oggi. Il recupero del bel documentario di Peter Bogdanovich, Directed by John Ford, proiettato sabato 11 alle ore 22.15, non è infatti intrigante poiché permette di confrontarsi ancora una volta con il cinema del regista di Ombre Rosse e Sentieri Selvaggi; che già di per sé sarebbe comunque una gran cosa, soprattutto considerando come, per questa nuova versione, Bogdanovich abbia aggiunto interventi di Clint Eastwood, Martin Scorsese e Steven Spielberg. Ma soprattutto perché il confronto con una figura "mitica" quale è quella di John Ford acquista ancora ulteriore senso se posta in parallelo con l'altro grande Maestro proposto dal Festival, ovvero Robert Aldrich. E ancor più se consideriamo due film prettamente aldrichiani, ma con qualità squisitamente fordiane, come Il volo della fenice (1965) e L'Imperatore del Nord (1973), presentati nella stessa giornata. La lotta per la sopravvivenza in un universo virile dominato da una violenza che sembra voler annullare l'umanesimo, cifra tipica del cinema aldrichiano, si fonde infatti in questi due capolavori con la palingenesi fordiana, attraverso la creazione, rispettivamente, di una micro-comunità (quella dei passeggeri dell'aereo Fenice rimasti in panne nel deserto) e di una mitologia dell'homeless che si contrappone all'autoritarismo del ferroviere Shack: un uomo che, nell'epoca della Grande Depressione, non vuole recedere dal proprio compito di tutore della legge, a costo di rasentare la spietatezza omicida.

Pertanto tornare a Ford, come elemento fondativo dell'epica americana, transitando attraverso la compiutezza stilistica che i film di Aldrich possono vantare, ci permette di guardare al cinema americano odierno in maniera più compiuta: per questo motivo l'operazione compiuta da Bogdanovich sul proprio documentario, che allunga la prospettiva sul lavoro di Ford sino ai giorni nostri, acquisisce un senso maggiore. Non siamo più infatti di fronte a un documentario-tributo che la New Hollywood compie sul Maestro di ieri, ma a una più compiuta analisi di quanto quel cinema classico abbia oggi da raccogliere rispetto a una generazione che ha ormai compiuto (ma, fortunatamente, non concluso) una rivoluzione stilistica sul cinema americano. Rivoluzione ma non stravolgimento e l'elemento fornito da Aldrich ci permette proprio di completare il disegno ponendosi come anello di congiunzione tra la purezza del gesto fondativo fordiano e la modernità degli Scorsese/Spielberg. Perché d'altronde basta guardare la capacità che Aldrich dimostra nel mescolare il grande senso dell'avventura classico con una analisi lucida e a tratti anche dura dell'umanità per rendersi conto della sua importanza in questo discorso. Analisi che è poi anche stilistica, sulle strategie del racconto che si apre a contaminazioni, in anticipo rispetto alla caratteristica tipica della New Hollywood: l'avventura si mischia perciò all'ironia e il duro Lee Marvin de L'Imperatore del Nord ci regala impensabili momenti di comicità in coppia con uno scatenato Keith Carradine, mentre il compassato James Stewart pilota della Fenice deve tenere a bada un'umanità varia, che si divide la scena regalando siparietti gustosi, ma anche momenti drammatici e tesi.
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