TORINO 24 - L'orrore sociale dei "Masters of Horror"
La seconda stagione dell'acclamata serie televisiva tenta di forzare i limiti del visibile e di rivitalizzare la cifra più squisitamente politica del genere, attraverso storie più ambiziose e una messinscena che spesso strizza l'occhio allo spettatore in un'alternanza di autorialità e divertissement

Un anno fa la serie Masters of Horror sfidava il mercato tentando di rivitalizzare il concetto di "autorialità", che nel genere era andato progressivamente disperdendosi con il passaggio delle strategie orrorifico-splatter alla cosiddetta "serie A" cinematografica. Per la seconda stagione la prospettiva risulta significativamente cambiata, alle spalle c'è infatti non solo l'ottimo esito della prima tornata di episodi, che in alcuni casi ha regalato agli appassionati dei prodotti molto significativi, ma anche l'eco che la presentazione torinese di episodi come Homecoming, diretto da Joe Dante, hanno avuto negli stessi Stati Uniti. Non stupisce dunque considerare come la seconda serie si offra al pubblico innanzitutto come laboratorio dove sperimentare nuove soluzioni che amplino le frontiere del visibile: il tasso di violenza è infatti cresciuto esponenzialmente, superando a volte anche molto di quello che vede sul grande schermo. Ma soprattutto sono le tematiche a essere diventate più ambiziose, in un continuo rimpiattino tra una messinscena che spesso tende al divertissement e una morale che invece nasconde caustiche letture del nostro presente. Un tentativo di rivitalizzare dunque la cifra più squisitamente politica dell'horror, ma anche di giocare con le aspettative di un pubblico smanioso di sensazioni forti. E' quanto ad esempio compie Dario Argento, che con Pelts si ritrova a gestire una storia dalle forti connotazioni animaliste (protagonista è infatti una pelliccia che spinge chi la possiede al suicidio), ma dribbla volutamente ogni affondo polemico incentrando la sua attenzione sugli aspetti più sensazionalistici: scene di uno splatter insostenibile si intervallano dunque a una nuova esplorazione nei meandri del desiderio, poiché la pelle del titolo ammicca anche al desiderio sessuale che il conciatore Jack (Meat Loaf) prova per un'affascinante spogliarellista. Narrativamente meno elaborato del precedente Jenifer, ma alquanto ricercato a livello visivo, il film poggia su una storia fin troppo esile, anche se l'alto tasso di violenza ottiene il favore del pubblico festivaliero, permettendo ad Argento, presente alla prima, di raccogliere un gradito successo.

Chi invece lavora sui sottotesti è John Landis, che ha presentato il suo episodio al Festival e che per sua stessa ammissione stavolta prende le distanze dalla componente più squisitamente fantastica dell'horror per narrare una "normale" storia di un serial killer che compone la sua famiglia ideale riunendo i cadaveri delle sue vittime in colorati quadretti casalinghi. Diretto con arguzia e gratificato da un sublime uso delle musiche e del colore, tanto da far pensare a una versione più smaccatamente comica del Lynch di Velluto Blu, Family è divertito e sottile, anche se l'approccio "leggero" non permette al plot di risultare mai feroce e rischia, a torto, di far sembrare l'insieme piuttosto convenzionale.
Ad alzare il tono ci pensa quindi John Carpenter, nell'episodio che forse meglio riassume gli intenti e i limiti della nuova stagione di Masters of Horror: Pro-Life narra infatti di un padre antiaborista che intende salvare la figlia da una clinica ove si pratica l'interruzione di gravidanza. Siamo di fronte a un palese divertissement, dove Carpenter cita se stesso in maniera fin troppo divertita, alternando tematiche già esplorate in Distretto 13 (l'assedio), Il Signore del Male (il rovesciamento di prospettive tra Dio e il Diavolo) e La cosa (la mutazione corporea), ma con la significativa variazione di conferire piena visibilità alle creature fantastiche e di optare nell'ultima parte per una cifra grottesca che smorza le ambizioni politiche in un'estetica da B-Movie anni Cinquanta. Interessante per la coerenza che il regista dimostra di possedere anche nei lavori minori e gratificato da un ritmo teso e incalzante, il film non raggiunge comunque le sublimi vette del precedente Cigarette Burns.

Inaspettatamente è invece lo stesso creatore della serie Mick Garris (presente a Torino) a stupirci favorevolmente con l'ottimo Valerie of the Stairs, tratto da una novella del grande Clive Barker (che ci piacerebbe vedere coinvolto in una delle eventuali stagioni future dei Masters). La sinergia funziona poiché il film riesce a sintetizzare il tema dell'ossessione amorosa già esplorato da Garris in alcuni suoi racconti e in Chocolat, l'episodio da lui diretto nella prima stagione, ma caro anche a Barker come ricorderanno i lettori dei suoi celebri "Libri di Sangue". In particolare il film rielabora il tema dell'immaginario collettivo che si fa carne, già presente in racconti come "Figlio della celluloide", narrando di un albergo frequentato soltanto da aspiranti scrittori, i cui racconti diventano reali. Il giovane Rob deve così lottare per il possesso della bellissima Valerie, bramata da un brutale demone (il mitico Tony "Candyman" Todd) che per diventare autonomo dal racconto che gli ha dato forma sta eliminando tutti i clienti dell'albergo. Immaginifico e indovinato nelle soluzioni visive che promuove, Valerie on the Stairs ci permette di scoprire un Garris ispirato e attento a giocare con gusto ludico e divertito con il concetto di passione: lo stesso che, ironicamente, ha dato forma e sostanza al progetto dei Masters of Horror, nato per l'appunto da sincero amore per il genere. Un episodio che avalla anche l'idea di un cineasta sensibile e pessimista circa la natura dei sentimenti umani.

Un pessimismo condiviso anche da Brad Anderson, felice new entry nella serie, che con Sounds Like propone un nuovo viaggio nei meandri della psiche umana, dopo i felici esiti cinematografici di Session 9 e L'uomo senza sonno. Un addetto al controllo delle comunicazioni in un call center acquisisce infatti il potere di percepire ogni più piccolo rumore di ciò che lo circonda: una maledizione più che un dono, causata dalla morte del figlio per un problema al cuore, che dà forma alle ossessioni e ai timori di un uomo abituato a esercitare il controllo ma che d'improvviso capisce di essere soltanto una pedina in un universo governato dal caos. Anderson è un regista capace e anch'egli molto sensibile, bravo nel condurre una storia che dietro l'apparenza di un racconto in tono minore (la violenza è quasi del tutto assente) si rivela invece ossessiva e asfissiante, in grado di mettere a dura prova i nervi dello spettatore. L'ambizione che è parte del progetto di questa seconda serie dei Masters of Horror si rivela dunque nella capacità di giocare con l'alternanza di toni normali e repentini sbalzi ritmici, che nell'uso sapiente del sonoro e dei movimenti di macchina trovano la loro migliore concretazione. Perfetta anche la direzione degli attori, a iniziare dallo strepitoso Chris Bauer, che incarna con felice aderenza questo prototipo di uomo "comune", il classico personaggio della porta accanto che, similmente al protagonista del Family di Landis diventa un concentrato di frustrazioni destinate a esplodere drammaticamente.

A chiudere il cerchio ci pensa ancora una volta Joe Dante, che con The Screwfly Solution porta sullo schermo una storia rimasta nel cassetto per vent'anni: la soluzione enunciata nel titolo è quella adottata da alcuni scienziati per eliminare le specie di insetti ritenute più pericolose, inibendo la loro capacità procreativa. Nel caso specifico, però, sono gli esseri umani le vittime della drastica "cura" che porta gli uomini del pianeta a uccidere le donne condannando in tal modo la specie all'estinzione. Scevro dall'ironia che ha sempre connotato i suoi lavori, Dante non solo riesce a bissare l'esito altissimo di Homecoming, confezionando l'episodio migliore del lotto, ma dimostra di essere forse l'autore che più degli altri ha compreso le reali potenzialità dei Masters of Horror. Se infatti Screwfly Solution era per sua ammissione troppo lungo per un cortometraggio e troppo cupo per la sala, la dimensione televisiva gli permette di trovare una efficace forma espressiva e, soprattutto, di portare l'horror politico al massimo della sua forza: Dante infatti parte da una acuta riflessione sul machismo e sulla misogina strisciante della società contemporanea per poi allargare il campo d'azione a una spietata disamina dell'incomunicabilità e della logica del conflitto che a più livelli produce disgregazione sociale. L'odio fra uomini e donne, infatti non risparmia i legami fra consanguinei e si espande progressivamente, rispecchiandosi nei conflitti fra persone dello stesso sesso e fra le generazioni, regalandoci un ritratto devastante di una società destinata a collassare. Intriso di un pessimismo cosmico che sfocia in un magnifico finale aperto e sorretto da una tensione che non accusa cedimenti, Screwfly Solution è un capolavoro che chiude degnamente questo primo ciclo di episodi, lasciandoci ancora una volta sperare per il futuro del genere. Oltre ovviamente, a solleticare la nostra curiosità per le restanti sette parti che compongono questa seconda serie di Masters of Horror.
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