TORINO 24 - "Klimt - Director's Cut" (Fuori Concorso)
Ancor più in questo "director's cut" (più lungo di mezz'ora circa rispetto alla versione presentata a Rotterdam), questa biografia onirica dell'artista viennese è un capolavoro di raffinatissima intelligenza, un piacere che accarezza la condizione stessa dello spettatore, in bilico tra Storia, Arte e Cinema come fossero un'unica ossessio

L'arte obbediente al dissidio tra vita e desiderio, come florilegio di segni in attesa di una biografia in cui incarnarsi, come sogno anche, ovvero come traccia della memoria vissuta in fin di vita: il Gustav Klimt di Raoul Ruiz giace sul letto di morte, accanto a lui lo sguardo spiritato di Egon Shiele (interpretato da Nikolai Kinski), allievo della sua sensualità; nella sua testa le immagini ritornanti dei suoi ultimi anni, ripensate in un mosaico di personaggi reali e immaginari, sospesi tra corpi e doppi corpi, sosia e controfigure di figure forse inesistenti. Come l'icona appassionata di Lea De Castro, musa degli ideali erotici cui l'artista viennese dedicò i suoi dipinti, offerta alle sue brame in un gioco di specchi che non mostreranno mai il vero corpo dell'immagine. O come il sosia di Klimt stesso, che percorre e ripercorre i luoghi frequentati dall'artista, prodotto dai finti documentari che in quegli anni Gorge Méliès realizzava in anticipo sulle cronache dell'epoca. O come i tanti figli reali oppure no che Kilmt, mai disposto a sposarsi, ebbe (14 se ne presentarono in realtà alla sua morte, e solo 4 furono riconosciuti). Klimt è una biografia art nouveau, intarsiata di visioni e oggetti, meravigliosa nel senso accondiscendente del termine, ovvero sospinta nel segno della meraviglia che rende estetica l'estasi... Slittamenti di piani e figure, in trasparenze narrative che il regista cileno ha ormai tradotto in un suo personalissimo codice espressivo, risonante di illuminazioni storiche, figure reali dell'immaginario e corpi immaginari del reale.

In questo senso, la biografia stessa di Gustav Klimt si offriva come un testo ideale alle esigenze del regista, percorsa com'è di anse (il rapporto con i fratelli) e ansie (il concorso per le tre opere dell'Università viennese, vinto e rifiutato nel segno delle polemiche subite), successi e dissidi. Un quadro in cui Ruiz si muove con le sue solite pennellate visionarie, fluide e deliranti, ipnotiche e radicali. Gli anni di riferimento sono gli ultimi, quelli che lo videro dedicarsi soprattutto ai ritratti femminili. Ruiz tratta la biografia come metafora intransigente, che dà corpo alle figure reali in sospensione di verità, ovvero immaginandole in corpi dissidenti: le figure femminili occupano la scena, tra modelle che abitano nude il suo studio, la sorella della cognata alla quale fu vicino dopo la morte del fratello, le varie donne alle quali diede figli, la madre e la sorella, le dame dell'alta società che vollero farsi raffigurare nei suoi ritratti. La Filosofia e la Storia stanno sullo sfondo, Wittgenstein litiga in un circolo privato con altri colleghi, l'arte orientale entra nei suoi interessi da un cortile in cui giocano dei bimbi cinesi, misteriose figure di addetti culturali lo seguono come un'ombra...

Ma tutto è il sogno ad occhi morti di un Klimt che già non c'è più. La neve copre il suo corpo in coma come copre il film stesso... In Ruiz gli spazi e i tempi si confondono sempre, scivolando sul piano inclinato di una messa in scena che non conosce confini reali. Ancor più nel "director's cut" presentato al 24mo Torino Film Festival (più lungo di mezz'ora circa rispetto alla versione presentata a Rotterdam), Klimt è un capolavoro di raffinatissima intelligenza, un piacere che accarezza la condizione stessa dello spettatore, in bilico tra Storia, Arte e Cinema come fossero un corpo unico, un'unica ossessione, una sola esperienza. In più va riconosciuto a Ruiz il genio di aver offerto a John Malkovich questo ruolo, facendocelo scoprire incredibilmente somigliante al vero Gustav Klimt.
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