TORINO 24 - "The Guatemalan Handshake", di Todd Rohal (Concorso Lungometraggi)

Ci hanno detto che Todd Rohal abbia "capito come far ritornare protagonista il paesaggio nel cinema della provincia americana", ma il suo è il cinema di chi già non ci crede più, cinema come negazione della possibilità di un film: un cinema triste e disperato che vorrebbe donare speranza, ma che proprio non ha capito che la speranza è (del) cinema

Ed ecco questi registi esordienti che già al primo film dimostrano padronanze tecniche impressionanti, ti stupiscono con gli effetti speciali delle trovate di regia, i fuochi d'artificio delle invenzioni di sceneggiatura, l'arguzia e l'intelligenza, ma già dimostrano di aver capito che si cerca per non trovare, che la ricerca è sempre nuova ma è sempre la stessa: e già al primo film ti fanno capire che proprio non ci credono, che non c'è gusto ad essere onesti nel fare un film, che non c'è cinema che non sia la negazione della possibilità di un film: come se tutti questi trentenni inizino a girare partendo dal finale di The Departed, che Martin Scorsese ci ha messo decenni di carriera prima di arrivare a concepire una cosa così agghiacciante e terribile come il finale di The Departed e The Departed tutto, mentre alle 'giovani leve' proprio non va di partire da Johnny Boy che spara all'Empire dal tetto del bar a Little Italy, perché l'Impero è già crollato. E se è vero, come è vero, che questo Mondo è un luogo infinitamente più triste e disgraziato e senza speranza da quando Martin Scorsese si è sentito costretto - lo abbiamo costretto - a girare, a mostrarci un'opera piena di odio e ira e voglia di violentare il cinema come The Departed (con quei tagli di montaggio rabbiosi di Thelma che fanno sanguinare lo sguardo...), allora cosa pensare dopo un film come questo Guatemalan Handshake, con tutte le sue piccole vicende di provincia americana, questi immancabili personaggi bizzarri a cui succedono cose grottesche e surreali, la simpatica macchinina elettrica, l'irresistibile tartarughina, l'anziana signora che cerca il suo amato cane scomparso che è morto e scopre di essere morta pure lei e va al suo stesso funerale (ma andiamo...!!), la dolcissima ragazza incinta col pancione e col braccio fasciato che vince il demolition derby alla guida di un'auto sfasciata dipinta di rosa, e il trait d'union della ricerca dello sfigato scomparso, Donald, da parte della sua unica amica di dieci anni Turkeylegs (che film divertente, con tutti questi nomi strani...)? Cosa farcene di tutti i trucchetti di Todd Rohal, delle riprese velocizzate, dei momenti video, dell'incipit in biancoenero, delle sequenze 'sentimentali', del finale 'aperto' con Turkeylegs che capisce "devo continuare a cercarlo, perché potrebbe essere chiunque", del suo cinismo da furbetto del cinemino che vuole fare il film 'deragliato', con gli eventi montati in ordine casuale, le strizzate d'occhio, le lacrime e i sorrisi? Cosa dire a uno come Todd Rohal, che ci hanno detto abbia "capito come far ritornare protagonista il paesaggio nel cinema della provincia americana", quando ci capita di vedere il suo film a Torino e nell'altra sala stanno replicando Broken Trail, in cui Walter Hill dimostra ancora oggi il (suo) cinema come atto di resistenza, per continuare a credere al crepuscolo americano nonostante il digitale, e se proprio deve essere allora che sia un crepuscolo digitale, ma di sicuro non ci si arrende, caro Rohal, nonostante il blackout (atto scatenante degli eventi concatenati di Guatemalan Handshake), si resiste - è allora un cinema triste e disperato che vorrebbe donare speranza, questo, ma che proprio non ha capito che la speranza è (del) cinema.

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