NORDSUDOVESTEST - Aryan Kaganof: il "senso" della Memoria
Il sudafricano Kaganof lavora, da sempre, sulla memoria dell'immagine, con forte senso politico, esplorando in profondità la relazione con la parola e la musica, aderendo a codici non narrativi, all'uso delle tecnologie per esplorarne le potenzialità, al tempo stesso, più innovative e classiche.
Fino al 2001 si chiamava Ian Kerkhof. Filmaker sperimentale, con quel nome ha realizzato lungometraggi e cortometraggi sensoriali, tra l'Olanda e il Giappone. Dal 2001 Ian Kerkhof non esiste più, è "nato di nuovo", come specifica nella sua biografia, e si chiama Aryan Kaganof, vale a dire il cognome del vero padre, che il regista ha conosciuto per la prima volta nel 1999. E con il nuovo nome, Kaganof ha aperto strade inedite alla sua filmografia, per confrontarsi in maniera diretta ma mai pre-vedibile con la memoria della sua terra, quella sudafricana. Per poi, tra la fine del 2005 e l'inizio del 2006, avventurarsi in ulteriori percorsi d'avanguardia realizzando il primo lungometraggio di finzione al mondo interamente girato con videotelefonini. Ma andiamo con ordine. Ian Kerkhof nasce a Johannesburg nel 1964, studia e vive in Sudafrica fino all'età di 19 anni, quindi negli anni Ottanta lascia il Paese scegliendo l'obiezione di coscienza e la militanza contro il regime dell'apartheid. Si stabilisce in Olanda dove, dalla fine degli anni Ottanta, comincia a lavorare per dare forma a una filmografia che comprende video, Super8, 35 e 16mm, lavori fatti con il computer. Il sesso, la violenza, lo sguardo gelido sugli ambienti e sui corpi da indagare, evitando coinvolgimenti e analisi psicologiche, costituiscono i tratti sui quali si fonda il percorso creativo di questo straordinario, originale autore, sempre in movimento nella costante ri-definizione della sua identità artistica (e non solo). La contaminazione dei linguaggi è estrema e rituale, dai cortometraggi iniziali al vertiginoso Shabondama elegy (1999), girato in Giappone (set al quale il regista ha dedicato anche altri testi) e interpretato da due star della scena hard nipponica, da The Mozart bird (1993), sensuale set ghiacciato per un rapporto di coppia osservato con geometrica distanza, a Ten monologues from the lives of the serial killers (1994), dove il suo stile è messo al servizio di un'indagine intorno al fenomeno dei serial killer nella quale sono inseriti film amatoriali e pornografia. Kerkhof lavora, da sempre, sulla memoria dell'immagine, con forte senso politico, esplorando in profondità la relazione con la parola e la musica, che sono elementi fondamentali nella sua opera, si pensi a testi come Naar de klote! (1996), viaggio di una giovane donna nella notte di una grande città, e Beyond ultra violence... Uneasy listening by Merzbow (1997), video sperimentale ispirato alla musica elettronica del compositore giapponese Merzbow.
La militanza è inscritta in uno sguardo che aderisce a codici non narrativi, all'uso delle tecnologie per esplorarne le potenzialità, al tempo stesso, più innovative e classiche, in grado di far avanzare la sperimentazione ma sempre collegandola con la memoria, il passato, la Storia. Western 4.33 (2002) è il film che segna uno scarto nella sua filmografia. Kerkhof torna a Johannesburg nel 1995 e la ricerca della figura paterna, l'incontro con il padre lo portano a elaborare un intimo, sofferente, stratificato rapporto con la memoria di un popolo e di una nazione. Western 4.33 (premiato al Festival del cinema africano di Milano del 2002) è corpo sublime di questa ricerca. B.T., giovane camionista nero in viaggio alla guida di un camion sulla strada da Johannesburg a Luderitz, in Namibia, ripensa al nonno, morto nei campi di concentramento nazisti d'inizio Novecento costruiti a Shark Island, di fronte a Luderitz, e alla sua ragazza, al loro rapporto finito. Memorie diverse che affiorano da un mediometraggio senza dialoghi, costruito come una partitura musicale, in bianconero con squarci di colore dominati dal rosso (una donna che attraversa l'inquadratura, segno mestruale, afferma il regista, di un corpo, quello dell'Africa, ferito e sanguinante). La memoria spazia dal dolore personale a quello della Storia, per una meditazione sull'impossibile sogno coloniale di "civilizzare" l'Africa. Western 4.33 è una riflessione inscritta nel dolore del corpo e della mente, dove l'immagine e il suono, la fotografia e il montaggio costruiscono un'elevata esperienza sensoriale e politica, per un nuovo modo di osservare e vivere il rapporto con lo spazio e il tempo.

Kaganof inizia una instancabile produzione di testi, soprattutto brevi, che, tutti insieme, costituiscono (come) un unico film, in cui le ossessioni, i gesti, i suoni si cercano, sovrappongono, liberano in un movimento visivo e sonoro senza stacco. Kaganof (che è anche scrittore e pittore) ci fa sprofondare in un'apnea che coinvolge tutti i sensi, dentro inquadrature dalla durata espansa, erotica, ipnotica, che infrangono i confini della finzione e del documentario tradizionali. Ecco il videoclip politico Nigga, le immagini di una memoria ritrovata, tra bianconero e colore, di Self-portrait with Nanny, la sperimentazione per decostruire parole e frasi di Reich Dance Redemption, la sonata blues on the road Casbah and Back e quell'elaborazione del concetto di durata e lentezza e di esplorazione dei corpi e degli spazi che si rintraccia in ogni testo di Kaganof, tra cui A perfect day, Seascape, Reverie, Kaganof in Brooklyn, fino alla marcia folclorica-funebre-erotica girata a Rotterdam At last I am free, suo brevissimo/immenso capolavoro. E si giunge a SMS Sugar Man, il film girato con otto videotelefonini, attualmente in fase di post-produzione (sarà pronto tra maggio e giugno). È la nuova sfida sperimentale di Aryan Kaganof. E i primi minuti (visti sullo schermo di un cellulare al Festival di Rotterdam o in sala al Festival del cinema africano, d'Asia e America latina di Milano) sono entusiasmanti. Perché Kaganof usa il nuovo mezzo non per essere "alla moda" ma per meglio ricollocare strati di memorie filmiche. Ambientato a Johannesburg la vigilia di Natale e completamente girato di notte, SMS Sugar Man sposa la ricca tradizione drammatica sudafricana del workshop con attori con la più evoluta tecnologia digitale, è una variazione sul nero da esplorare nelle sue tonalità più espressioniste. Kaganof cita Fritz Lang, con l'emozione, l'ambizione, la semplicità e la consapevolezza di esplorare sempre nuove identità visive senza mai dimenticare le esperienze del passato. Per un continuo, infaticabile legame con la memoria che rifluisce con altre forme nel presente.
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