nord/SUD/ovest/est - La Buenos Aires di un “Bonaerense”

Il “Certain Regard” di Cannes 2002 ha proposto il secondo film di Pablo Trapero, il regista argentino fattosi notare tre anni fa con “Mondo Grua”

Quando nel 1999 Pablo Trapero vinse a Venezia la “Settimana della Critica” con “Mondo Grua”, si fu tutti concordi nel dire che quel giovane regista argentino aveva sguardo e personalità, e chi ha poi visto il film alla sua uscita sugli schermi italiani non ha potuto che essere d’accordo. Classe 1971, diploma in regia all’Universidad del Cine di Buenos Aires (dove tiene anche dei corsi), studi tra gli altri con Fernando Birri e Maria Luisa Bemberg, un paio di cortometraggi scritti e diretti prima dell’esordio nel lungo, Pablo Trapero sa lavorare la rudezza del suo sguardo sino a renderla empatica rispetto al mondo che rappresenta, ottenendo una strana forma di dolcezza, che passa per lo sporco della vita cogliendone gli odori prima ancora dei fetori. “Mondo Grua” – storia di un operaio edile cinquantenne, manovratore di gru con un passato da bassista rock, che si sbatte da un angolo all’altro dell’Argentina per trovare lavoro – era un esempio perfetto di realismo da “terzo cinema” deideologizzato, dunque meno utopicamente rabbioso e più intimo e necessario rispetto alle pulsioni vitali dei suoi personaggi. Girato in un bianco e nero fortemente contrastato, quel primo film di Trapero aveva una forza e una determinazione che lasciavano il segno, agili sotto il profilo umano nell’impattare contro la verità sociale di un’Argentina che già covava i malesseri destinati ad esplodere nell’attuale tracollo.Tutte qualità, queste, che non è ora difficile trovare nel nuovo film di Trapero, “El Bonaerense”, appena visto a Cannes 2002 nella sezione “Un Certain Regard”: ancora un ritratto su sfondo corale di un uomo alle prese con la propria sopravvivenza, nel cuore di un’esistenza segnata tra destino e scelte di vita. Il titolo fa riferimento alla maniera in cui vengono chiamati gli agenti che integrano nelle zone di provincia la polizia di Buenos Aires, ovvero “la polizia più brutale e corrotta d’Argentina”, come dice il regista stesso. E’ questo il corpo nel quale finisce Zapa, il protagonista, con l’ingenuità dei suoi trent’anni trascorsi in un villaggio di provincia dove è nato ed è cresciuto come ragazzo di bottega. Un servizio reso al suo padrone lo mette nei guai con la giustizia, ma contando sugli auspici di un potente zio, passa da una parte all’altra della cella: tirato fuori di prigione e portato di peso a Buenos Aires, finisce nei ranghi della polizia… Insolito percorso, al culmine del quale questo semplice ragazzo si troverà perfettamente integrato nel sistema corrotto delle forze dell’ordine, tirato dentro grazie alla spinta del nuovo capo del distretto, che prende Zapa in simpatia e lo utilizza come esattore delle tangenti che intasca, dandogli in cambio la libertà dai ricatti di chi conosce il passato della sua fedina penale…Puntando su colori densi e viscosi tanto quanto il bianco e nero di “Mondo Grua”, Pablo Trapero conferma con “El Bonaerense” la tensione tutta “profana” dell’approccio morale allo scenario umano che rappresenta. Tenendosi sempre in bilico tra la spazialità selvatica delle lontane province argentine e l’occlusione spirituale imposta dalla metropoli, il regista elabora ancora una volta la densità umana profondamente “politica” (ma ancora una volta nettamente “antideologica”) del suo sguardo. Alla sua attenzione si pone soprattutto il rapporto stretto e intransigente che si instaura tra lo sfondo e la figura del protagonista. Una relazione che in questo caso (diversamente da “Mondo Grua”) deve fare i conti con il controverso agire di un personaggio come Zapa, che sembra subire la lezione certamente poco etica impartitagli dai suoi nuovi compagni di vita, ma che non pare dotato di alcun anticorpo morale in grado di preservarlo dall’indolente tracollo spirituale cui è destinato dalla somma delle sua azioni. A fronte di tutto ciò, del resto, anche Trapero preferisce non opporre alcuna resistenza: “Il film non cerca di giudicare Zapa per ciò che fa. Racconta, semplicemente, la sua storia in un contesto che lo spinge ad andare avanti”, dice il regista.
In questo senso si può forse spiegare la scelta del regista di non entrare nel merito specifico dell’attuale situazione politica e sociale dell’Argentina: per quanto potenzialmente connesso nelle sue coordinate più profonde al dramma sviluppatosi nel paese, infatti, “El Bonaerense” ne resta al di fuori, interessato esclusivamente alla storia particolare di questo piccolo uomo senza qualità, come a farne implicitamente lo specchio opaco in cui riflettere le radici del trauma di un intero paese. Posizione dura e controversa, ma indubbiamente coraggiosa da parte di un autore capace di empatia, ma non certo di pietà.
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