SUD - Mansour Sora Wade (Senegal)

Ottimo esordio nel lungometraggio, presentato a San Sebastián, “Ndeysaan”. Un film sospeso nel mistero, che inizia come “Fog”, nella suspense che viene dal mare, nelle dissolvenze sui volti e con la voce off che racconta, dentro la musica che è sia elemento locale sia suo sconfinamento in una dimensione più ‘universale’ dell’inquietudine

Ha 50 anni, Mansour Sora Wade, e nel 2001 ha esordito nel lungometraggio con “Ndeysaan” (Il prezzo del perdono), favola che si affida alla nebbia, agli strati musicali che producono mistero, ai contrasti cromatici, alla danza rituale e al sogno dell’animazione pionieristica, artigianale, al tempo stesso primitiva e futura, per esplorare l’amore, sensuale e tragico, di due amici per la stessa ragazza.
Mansour Sora Wade è un regista senegalese dalla filmografia consistente ma che finora si era fatto notare solo per alcuni cortometraggi della fine degli anni Ottanta e degli anni Novanta. Testi di preparazione in attesa dell’opera prima, che ha avuto il Festival Internacional de Cine di San Sebastián come prestigiosa platea per il suo lancio nel mondo, inserita nella sezione ‘sperimentale’ della manifestazione, chiamata ‘Zabaltegi’, ovvero ‘Spazio aperto’. Ottimo posto dove collocare “Ndeysaan”, film sospeso nel mistero, che inizia (è la parte più suggestiva) come “Fog” di Carpenter, nella suspense che viene dal mare, nelle dissolvenze sui volti e con la voce off che racconta, dentro la musica che è sia elemento locale sia suo sconfinamento in una dimensione più ‘universale’ dell’inquietudine.
Nato a Dakar nel 1952, Wade si diploma in cinema a Parigi. Rientrato in Senegal, lavora agli archivi audiovisivi del ministero della cultura e alla fine degli anni Settanta inizia a girare i primi cortometraggi, che andranno a costituire una filmografia che accoglie documentari, fiction e docufiction. Il 1979 è un anno importante per Wade, in quanto realizza tre corti di 30 minuti ciascuno, tutti in 16mm: “Lambju Mag Il”, “Bi Beggel”, “L’avare et l’étranger”. Bisognerà però attendere quasi dieci anni perché Wade firmi il primo corto che lo impone all’attenzione dei festival (e anche della distribuzione non commerciale italiana; infatti tre suoi testi - “Fary l’anesse”, “Taal Peex” e “Picc Mi” - sono disponibili nel listino del Coe di Milano, l’organizzazione che ogni anno organizza il Festival del cinema africano). Il film è “Fary l’anesse” (un contadino dal carattere difficile vuole sposarsi ma non trova nel villaggio una donna che lo soddisfi, fin quando non appare una giovane sconosciuta...) e contiene le caratteristiche sulle quali si formerà il lavoro del regista senegalese: il mistero, la favola, la presenza dei bambini e dei giovani, elementi uniti talvolta da un tocco un po’ schematico. E’ il 1988 e Wade comincia a produrre in maniera più continuativa: “Taal Peex” (1991) narra l’amicizia tra un cavallo e un adolescente; “Picc Mi” (1992, L’uccello) descrive la dura vita di due ragazzini che cercano con il gioco di superare i drammi quotidiani; “Aida Souka” (1992) vede una ragazza moderna avviarsi all’arte della seduzione.
Alla finzione Mansour Sora Wade tornerà solo con “Ndeysaan”. Nell’attesa dell’approdo al lungometraggio realizzerà dei documentari in video in Senegal e Costa d’Avorio. “Iso Lo” (1994) è un mediometraggio ritratto del famoso cantante senegalese Ismaël Lo, seguito nel corso di una tournée in diversi paesi africani, mentre “Le laveurs du Banco” (1996) è sull’attività di uomini e donne che lavano vestiti e auto nell’Orée du Banco, appena fuori Abidjan, e “Les plasticiennes de Ouakam” (1996) racconta il lavoro delle donne in un villaggio non lontano da Dakar, dove riciclano i sacchi di plastica per fabbricare oggetti utili.
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