N.S.O.E. : Ripensando a Robert Kramer (1939-1999)
cineasta indipendente, "camminare, parlare, filmare"
"Io desidero che gli spettatori sperimentino il film come un percorso, trovando da soli i loro appigli,
come in una marcia o per una traversata dello spazio.
Amo metterli dentro l'immagine piuttosto che davanti,
tutto quello che tento di fare adesso naviga con difficoltà
in questo mare, cercando di capire fino a dove posso
arrivare restando in silenzio."
Di sicuro è quanto meno scandaloso il fatto che in Italia a tre anni dalla morte di
Kramer ancora non sia stata organizzata una retrospettiva completa delle sue opere, cosa fatta ripetutamente tra gli altri paesi dagli Stati Uniti, terra d'origine del regista, alla Francia, d'adozione, al Giappone.
Fondatore del movimento "Newsreel" all'epoca del conflitto in Vietnam è stato uno dei "film-makers" come ha sempre voluto riduttivamente definirsi più importanti della controcultura americana degli anni sessanta riuscendo poi a superarla e a rinnovarsi fino all'ultimo film "sul campo", come sempre, del 2000:"Cités de la Plaine". Come Jean-Marie Straub, Kramer amava definirsi un dissidente e non uno che resisteva, uno che non cercava di essere autarchico ma faceva di tutto per minimizzare la sua dipendenza. Dal 1965 in poi il cineasta americano ha ripreso tra l'altro la guerriglia in Venezuela, la resistenza vietnamita, la rivoluzione dei garofani, la caduta del muro, l'unificazione europea, lo sfacelo dell'ex unione sovietica, dandoci la prova di come la geografia possa prendere la forma di ciò che nell'immediato rimanda al destino comune degli uomini. Tutto questo percorso, nel quale bisogna comprendere oltre a più di venti film una decina di video e alcune sceneggiature tra cui quella de "Lo stato delle cose " di Wim Wenders (1982) sembra sia approdato progressivamente all'attenzione per il frammento, rifiutando la nozione di panoramica, lavorando sulle porzioni di inquadratura, sui "morsi" della materia del film Kramer trovava ancora una possibilità di riflessione rifondando criticamente la visione del mondo. In più di trent'anni Kramer non ha mai voluto piegarsi a una disciplina, né ha mai avallato dottrine umilianti per l'uomo. Forse si è trattato dell'ultimo cineasta indipendente, in ogni senso della parola , del mondo.
come in una marcia o per una traversata dello spazio.
Amo metterli dentro l'immagine piuttosto che davanti,
tutto quello che tento di fare adesso naviga con difficoltà
in questo mare, cercando di capire fino a dove posso
arrivare restando in silenzio."
Di sicuro è quanto meno scandaloso il fatto che in Italia a tre anni dalla morte di
Kramer ancora non sia stata organizzata una retrospettiva completa delle sue opere, cosa fatta ripetutamente tra gli altri paesi dagli Stati Uniti, terra d'origine del regista, alla Francia, d'adozione, al Giappone.
Fondatore del movimento "Newsreel" all'epoca del conflitto in Vietnam è stato uno dei "film-makers" come ha sempre voluto riduttivamente definirsi più importanti della controcultura americana degli anni sessanta riuscendo poi a superarla e a rinnovarsi fino all'ultimo film "sul campo", come sempre, del 2000:"Cités de la Plaine". Come Jean-Marie Straub, Kramer amava definirsi un dissidente e non uno che resisteva, uno che non cercava di essere autarchico ma faceva di tutto per minimizzare la sua dipendenza. Dal 1965 in poi il cineasta americano ha ripreso tra l'altro la guerriglia in Venezuela, la resistenza vietnamita, la rivoluzione dei garofani, la caduta del muro, l'unificazione europea, lo sfacelo dell'ex unione sovietica, dandoci la prova di come la geografia possa prendere la forma di ciò che nell'immediato rimanda al destino comune degli uomini. Tutto questo percorso, nel quale bisogna comprendere oltre a più di venti film una decina di video e alcune sceneggiature tra cui quella de "Lo stato delle cose " di Wim Wenders (1982) sembra sia approdato progressivamente all'attenzione per il frammento, rifiutando la nozione di panoramica, lavorando sulle porzioni di inquadratura, sui "morsi" della materia del film Kramer trovava ancora una possibilità di riflessione rifondando criticamente la visione del mondo. In più di trent'anni Kramer non ha mai voluto piegarsi a una disciplina, né ha mai avallato dottrine umilianti per l'uomo. Forse si è trattato dell'ultimo cineasta indipendente, in ogni senso della parola , del mondo.
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