SUD - Joseph Gaye Ramaka
Riparte la rubrica DOC di Sentieri selvaggi,parlando di un cinema, quello del regista senegalese, sbilanciato sugli opposti, che è soprattutto energia fisica vibrante di contaminazioni visive
Un cinema fisico e sbilanciato sugli opposti è quello del regista senegalese Joseph Gaye Ramaka che a partire dalla metà degli anni Ottanta ha elaborato una profonda riflessione, riscoprendo, attraverso il cinema, il valore degli antichi rituali. Gli elementi della natura, l’acqua, l’aria, il fuoco, la terra, diventano, allora, lo spazio dentro il quale disseminare le tracce di un cinema che è soprattutto energia fisica, che emerge prepotente dai corpi e che si espande sull’immagine, nei colori e nei bagliori che tagliano l’oscurità. Tale è “Ainsi soit-i”l, Leone d’argento alla Mostra del cinema di Venezia nel 1997, mediometraggio inserito nel film collettivo “Africa dreaming” che ha coinvolto sei registi del cinema arabo e africano. Vibrante testo di contaminazioni visive (quanto horror è nascosto tra le pieghe nere delle inquadrature), messa in scena di un sacrificio, anzi, della sua attesa nervosa e desiderante, danza di corpi nella polvere che diventano frenetici nella ripetizione dei gesti.
Prima Ramaka gira altri cortometraggi a partire da “Rites de pluie” (1985), ancora rituali sacri nell’invocazione della pioggia, “La musique lyrique peul” e “Portrait d’une mannequin”(entrambi del 1986), e il lungometraggio “Les faiseurs de pluie” (1989) presentato a Riminicinema fuori concorso.
Con” Karmen Geï” Ramaka gira il suo primo lungometraggio di finzione ispirato al mito della Carmen occidentale ma immersa nella magia caotica di una moderna città (si tratta della famigerata isola di Gorée, antico teatro della deportazione africana). La maggior parte dell’azione si svolge di notte, “l’ora in cui i corpi e gli animi si liberano dai freni del giorno”, ma anche il tempo di tanto cinema di genere, dal poliziesco al carcerario, inserito in schegge di geniale trasgressione. L’abilità di Ramaka sta, qui, nell’equilibrio raggiunto tra voluttà ed erotismo, nel suo modo di avvicinarsi agli oggetti dello sguardo, riempiendo il quadro di gente e accendendolo di rossi e di gialli fiammeggianti.
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