EST - “Passport” di Péter Gothár

Attivissimo come regista teatrale, televisivo e cinematografico, Péter Gothár è uno dei nomi di punta del panorama cinematografico ungherese contemporaneo

Classe ’47, studi e forti storie teatrali alle spalle, dopo il diploma dell’Academy of Theatre and Film Art di Budapest, che lo licenzia nel ’75. Attivissimo come regista teatrale, televisivo e cinematografico, Péter Gothár è uno dei nomi di punta del panorama cinematografico ungherese contemporaneo e chi pratica i lontani territori dell’est europeo lo conosce bene. L’occasione per parlarne viene dalla seconda edizione del Festival del Cinema Europeo di Lecce (dal 2 al 9 giugno scorsi), dove il suo ultimo film, “Passport”, è stato indiscutibilmente la punta di diamante del concorso, portandosi a casa un annunciato primo premio, assegnato dalla giuria internazionale presieduta da Krzysztof Zanussi. “Passport” è sorprendente sotto molti aspetti, ma colpisce soprattutto per la singolare caratura ironico/allegorica/postrealista/digitale che lo caratterizza: sorta di pastiche che si offre come stralunata ennesima riflessione sulla perdita d’identità di un’Europa (dell’Est, ma non solo) destinata a migrazioni culturali e ideali sempre più spaesanti. Il film – poco più di 70’ per la televisione, girati in un digitale che materializza la sgranatura della definizione elettronica in una composizione cromatica distrattamente pittorica – è una lirica commedia campagnola che sembra voler ritrovare ironicamente certe atmosfere da cinema rosa georgico della tradizione sovietica. Sospeso sul tempo indefinito di un paesaggio bucolico un po’ incantato un po’ infangato, “Passport” racconta la storia di Elizaveta, una giovane donna ucraina che lascia la casa dei genitori per sposare il giovane contadino ungherese Józsi. Un matrimonio organizzato per corrispondenza, sul filo di una storia d’amore epistolare che porta a un’unione ben presto prodiga di una bambina ma anche della delusione quotidiana d’un uomo sempre più radicalmente e violentemente dedito all’alcol. Trovando forza nella figlioletta, Elizaveta affronta con coraggio la dura vita con un uomo perennemente ubriaco e costantemente sfaticato, col mondo del quale deve per giunta risolvere i persistenti problemi di comunicazione, visto che i due parlano lingue diverse. E questa è la chiave di volta di una ironica distrazione del paesaggio umano e sentimentale narrato da Gothár, a definire lo spiazzamento esistenziale di un universo straniero a se stesso.
Per raccontare la scontornata parabola di questa donna spinta verso la difficile riconquista della libertà per sé e per la figlia, il regista ungherese sceglie del resto la strada di un “realismo poetico” che si affida all’uso del digitale, rivelando inattese potenzialità liriche. La ricerca di Gothár si pone esteticamente in direzione di un lucidissimo intreccio tra piano formale e piano narrativo, trovando nella desaturazione dei colori (virati in un perenne seppia di tanto in tanto restituito a una tavolozza cromatica comunque sempre impallidita) una forma nostalgica dello sguardo che non manca di beffarda amarezza nel tratteggiare i personaggi e talune situazioni.
“Passport” (Paszport)
di Péter Gothár
(Ungheria, 2000 – 72’ – 35mm)
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