BOLLYWOOD - 3 Idiots
L'inverno è stato segnato da 3 Idiots, la risposta di Mumbai ad Avatar. Senza effetti speciali, la commedia di Rajkumar Hirani - tre studenti che sfidano il tradizionalismo e l'ostilità delle rigide università indiane - ha frantumato ogni record d'incasso nazionale
In India, il mercato ha finalmente trovato un titolo in grado di raccogliere la pesante eredità di 3 Idiots, il film che può essere considerato a tutti gli effetti come l’Avatar di Bollywood, per il modo in cui ha saputo egemonizzare l’attenzione del pubblico e della critica per tutto il periodo invernale. La commedia di Rajkumar Hirani – uno specialista del genere: al suo terzo film dopo i successi strepitosi di Munnabhai MBBS (2003) e di Lage Raho Munnabhai (2006) – non solo ha frantumato tutti i record d’incasso di Mumbai, non solo ha scalato le classifiche overseas (sei milioni e mezzo di dollari negli Stati Uniti), ma ha anche trionfato sia alla cerimonia dei Filmfare Awards, che gli ha tributato i premi come miglior film, miglior regia, miglior attore non protagonista, migliore storia e migliori dialoghi, sia a quella degli Star Screen Awards, che gliene ha fatti piovere sulla testa addirittura dieci. Nonostante i toni da commedia, 3 Idiots si è distinto per il coraggio con cui ha trattato il rigore e il tradizionalismo delle università indiane: i tre protagonisti sfidano senza risparmio l’autoritarismo del preside, che cerca di ostacolare il loro talento e la loro voglia di non uniformarsi con punizioni e ricatti di vario genere, fino a spingerli al gesto estremo del tentato suicidio. Soprattutto, si è fatto notare – grazie alla brillante sceneggiatura di Abhijat Jo
shi – per il modo in cui è riuscito ad entrare nel mondo dei giovani indiani, e ad adattare gli schemi di Bollywood al loro linguaggio, alla loro paura verso il futuro, e alla loro incomunicabilità con una società ancora arretrata. Per il protagonista Aamir Kahn e per Kareena Kapoor (nella parte della figlia del terribile insegnante), il boom di 3 Idiots rappresenta una conferma, dopo le affermazioni di Ghajini (2008) e di Jab We Met (2008); per un caratterista come Boman Irani, il Filmfare ricevuto è stato un tributo ad una lunga carriera da caratterista, passata per lo più nell’ombra. Dopo due mesi in cui nessuno è riuscito a rubargli la scena, a febbraio finalmente è arrivato My Name Is Kahn, presentato addirittura al Festival di Berlino. Il titolo ha visto il ritorno di Karan Johar - uno dei registi più apprezzati di Mumbai, che si è sempre diviso anche tra la recitazione e la produzione – e la reunion di Shahrukh Khan (il suo attore preferito, che ha partecipato a tutti i suoi quattro film) e della diva Kajol Devgan, di nuovo insieme dopo il suo potente dramma familiare Kabhi Khushi Kabhie Gham (2001). La prospettiva di My Name Is Kahn non è dissimile da quella perseguita da un altro successo primaverile come New York di Kabir Kahn: un tentativo di lanciare Bollywood in una prospettiva più internazionale, capace di a
vvicinare anche i gusti del pubblico occidentale, mai come ora attento a quello che succede dalle parti di Mumbai. Nel caso del film di Karan Johar, è l’odissea di un indiano musulmano nel clima di ostilità e di pregiudizio che è seguita all’11 settembre. Nel momento dell’attentato, il protagonista vive a San Francisco ed è sposato: conduce una vita tranquilla ed ha ottimi rapporti con i suoi vicini americani. In seguito agli attentati, la sua identità diventa il pretesto per tragiche vendette della popolazione locale, fino a quando l’abbandono della moglie non lo spinge ad attraversare la sua nazione nel tentativo di riscattare il suo cognome, di chiara origine islamica. Sia il pubblico che la critica indiani hanno apprezzato il modo in cui lo sfondo storico si riflette in modo problematico sulla vita della coppia, fino a metterne in dubbio l'unità e a spezzarne i legami. Anche la risposta dai mercati stranieri è stata convincente: cinque milioni di dollari lo hanno avvicinato all'exploit di 3 Idiots.
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