Sud - Il ritorno a casa come scoperta: Mehdi Charef
Il deserto, aspro e dolce, le montagne, ruvide superfici da percorrere, il sole, il vento, il cielo, sono i primi elementi che si intravedono all'inizio di "Bent keltoum", ultimo lavoro del regista, visto a Torino. Charef racconta la storia di un ritorno impossibile, lui, algerino emigrato bambino a Parigi, vuole scoprire le sue stesse origini

A volte, sono i paesaggi ad offrirci il punto di partenza per una ricerca più profonda nell'anima di un film e nel progetto di un autore. È il paesaggio, ad esempio, a sedurci con la sua inquieta magia all'inizio di Bent keltoum, ultimo lavoro del regista algerino Mehdi Charef e presentato in concorso al Torino Film Festival. Il deserto, aspro e dolce, le montagne, ruvide superfici da percorrere, il sole, il vento, il cielo, sono i primi elementi che si vedono e si intravedono attraverso il vetro irregolare del finestrino di un autobus. Tutto è selvaggio e nello stesso tempo mediato da uno sguardo che mostra la sua apparente appartenenza a quel mondo, sguardo "bifronte", sul limite tra oriente e occidente perché si rivolge a quei luoghi "nuovi" con la cauta curiosità di chi non li ha mai visti ma li conosce. Estraneità parziale, o meglio, contaminata da segni che si espandono e si insinuano dal fuori campo, e non solo dai quattro lati dell'inquadratura, ma, soprattutto, dal territorio teorico visto da lontano, con gli occhi chiusi. Continuamente si ha l'impressione che l'immagine sia percorsa da impercettibili fessure, minata dall'invadenza della luce opaca della memoria.

La giovane Rallia, nata in Algeria ma svizzera d'adozione, ritorna tra le rovine del deserto del Maghreb per ritrovare la madre che l'ha abbandonata lasciandola, neonata, in adozione ad una coppia di europei. Il suo ritorno, quindi, ha la fisionomia della scoperta, eppure Rallia, si lascia contagiare subito dal carattere ruvido del luogo che (ri)trova: abbandona i suoi abiti per adottare quelli delle donne del posto, trasforma la frenesia in attesa, si lascia plasmare dai frastagliati lineamenti delle montagne e dalla solitudine di strade quasi deserte. I ritmi cambiano repentinamente in questo film selvaggio e saggio al tempo stesso, i generi di mutano l'uno nell'altro, il tempo sparisce come arso dal sole e disperso nell'aria. Il viaggio della protagonista e della zia, folletto-strega che l'accompagna, la osserva, la protegge dagli sguardi degli altri, percorre molti luoghi, incontra molte persone e si trasforma al trasformarsi dei suoni che riempiono il paesaggio. Pochi film riescono a respirare i rumori, a renderli ancora più evanescenti presenze, eppure forti punti di riferimento, dello spazio e del pensiero. Mehdi Charef racconta la storia di un ritorno impossibile, lui, algerino emigrato bambino a Parigi, vuole scoprire le sue stesse origini andando al di là e oltre la concretezza del ricordo. Il risultato è un film lasciato libero di farsi, di svelare certi piccoli segreti ma anche di chiudersi nella penombra del mistero. La rivoluzione qui sta nel fare un film da lasciare libero dopo poche inquadrature, che, quindi, si perde e si ritrova, si orienta e si disorienta. Naturale evoluzione dell'opera di un regista che ha contribuito a dare vita al cinema cosiddetto "beur", emerso in Francia a metà degli anni Ottanta di cui è stato vivace protagonista con film come Le thé au harem d'Archimède e i successivi Miss Mona e Camomille, alternano il piglio autobiografico ad una visione più indiretta su realtà a lui vicine come quella dei clandestini immigrati.
FILMOGRAFIA
Le Thé au harem d'Archimède, (1985)
Miss Mona (1987)
Camomille (1988)
Au pays des Juliets (1992)
Pigeon volé (1996) (TV)
La Maison d'Alexina, (1999) (TV)
Marie-Line (2000)
La Fille de Keltoum, (2001)
LINK
http://www.fluctuat.net/cinema/interview/charef.htm
intervista
http://www.allocine.fr/personne/fichepersonne.html?cpersonne=1072
intervista in video
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