"E' davvero molto difficile fare cinema in Romania" - Intervista a Siniša Dragin

E' uno slavo naturalizzato rumeno Siniša Dragin, regista di "Every Day God Kisses Us on the Mouth" premiato al Festival Rotterdam e all'Infinity Festival di Alba. E in quest'intervista ci racconta del film, del fare cinema in Romania, e di come si ritrovò fuori dalla Jugoslavia all'esplosione del conflitto, e decise di non tornare...

di Paolo Bertolin

 

Lo slavo naturalizzato rumeno Siniša Dragin ha vinto un Tiger Award all'International Film Festival Rotterdam ed il premio per la miglior regia all'Infinity Festival di Alba con il suo secondo film, Every Day God Kisses Us on the Mouth (In fiecare zi Dumnezeu ne sãrutã pe gurã). Il film racconta di Dumitru, macellaio, appena uscito di galera; vi era stato per omicidio. Sul treno per casa vince al gioco da uno zingaro prima un'oca, poi sua moglie. Dopo aver brutalizzato la gitana nella toilette, Dumitru le chiede di leggergli la mano; la donna gli predice solo morte e morte... Seppur girando in digitale, Dragin, ha optato per uno stile austero: bianco e nero sporco, movimenti di macchina quasi assenti, composizione del quadro pittorica, découpage tradizionale. La discesa agli inferi del suo protagonista, fatta di truci crimini, riceve un trattamento formale di assoluta compostezza bressoniana, capace di accendersi di una maliosa luce allegorica e di squarci di grande cinema. Un film arduo, plumbeo, talvolta sgradevole, ma capace di ammaliare durevolmente. L'intervista che segue è stata raccolta l'anno scorso a Rotterdam.

 

Lei è nato a Kula, nell'ex Jugoslavia, ma ha studiato cinema a Bucarest ed in seguito ha lavorato per la Reuters. Ci può dire qualcosa di queste sue esperienze?

E' mia opinione che la vita non sia altro che una successione puramente casuale di eventi grandi e piccoli: una piccola parte di essa dà ragione di come io sia finito a Bucarest. Io volevo andare a studiare cinema a Praga, alla FAMU, ma ero in ritardo per l'iscrizione; mi è stato quindi detto che avrei potuto tentare di iscrivermi l'anno successivo. Desideravo ardentemente studiare cinema e andare alla FAMU rappresentava per me qualcosa di veramente importante, ma attendere un anno... Mi fu quindi suggerito che se pensavo di riuscire ad imparare il rumeno, avrei potuto frequentare la scuola di cinema di Bucarest. Io dissi subito "Certo che posso!", e l'ho fatto! Sono arrivato a Bucarest in giugno, e tra giugno ed agosto ho imparato la lingua. In settembre ho cominciato a frequentare i corsi e mi sono diplomato nel 1991. All'epoca non pensavo proprio che sarei rimasto lì ed avrei fatto film in Romania. Quando finii la scuola, nel 1991, purtroppo stava scoppiando la guerra civile in Jugoslavia ed io ero stato assegnato ad un'unità speciale che doveva intervenire immediatamente non appena qualcosa succedeva. Io ero sconvolto e completamente in disaccordo con quanto stava accadendo nel mio paese. Tutto mi sembrava così assurdo e tragico che decisi di non tornare, che non volevo partecipare alla guerra. Ho avuto la fortuna di trovare un lavoro alla Reuters; bisogna pur vivere di qualcosa! E la vita va avanti...

 

Può dirci qualcosa a proposito del suo primo lungometraggio, Long Journey By Train (1998)?

L'idea di quel film nacque da un episodio estremamente bizzarro. Un giorno lessi sul giornale un annuncio : "giovane uomo, 23 anni, vende rene". Esterrefatto ed incuriosito, ho provato a telefonare al numero indicato e tutto era vero: il ragazzo che mi ha risposto mi ha detto che non aveva altro modo per poter guadagnare soldi. Rimasi profondamente impressionato e cominciai a compiere delle ricerche, scoprendo che non si trattava di un caso isolato. Ho trovato altri annunci e ho cercato di entrare in contatto e conoscere le persone che li pubblicavano. Ho quindi scritto una sceneggiatura e girato un film, Long Journey By Train appunto, il cui protagonista tenta di risolvere i propri problemi economici vendendo un rene.

Every Day God Kisses Us on the Mouth è girato in digitale, ma la messa in scena è estremamente rigorosa, fatta perlopiù di inquadrature fisse di accurata composizione. Uno stile in contrasto tranciante con l'approccio spesso approssimativo associato al DV. Si tratta di una scelta intenzionale?

Sin dall'inizio avevo in testa un'idea molto precisa, definita, dell'impianto estetico del mio film. In verità, la ragione principale per cui l'ho girato in digitale è che purtroppo non avevo soldi a sufficienza per poterlo realizzare in 35mm. Personalmente, il DV non mi piace per nulla. Trovo che sia difficile da utilizzare e la qualità dell'immagine è nettamente inferiore: la definizione è meno accurata e non si può esaltare adeguatamente il contrasto. Io avrei addirittura voluto fare il film in wide screen. Se avessi potuto contare su mezzi più consistenti, il film sarebbe stato completamente differente. Avevo in mente un'immagine del film fatta di grandi spazi, cielo, terra, neve, natura, volti...

 

Ma è soddisfatto del film?

Più o meno. Penso di essere riuscito a mettere ciò che volevo nel film dal punto di vista del contenuto, ma non sono del tutto soddisfatto dell'aspetto formale. Nelle mie intenzioni, avrebbe dovuto essere assai diverso da come effettivamente è. Purtroppo non potevo permettermi inquadrature ampie, spaziose, ariose. Non volevo realizzare un film che si limitasse a raccontare una storia, desideravo pure che le immagini potessero parlare, comunicare sensazioni palpabili...

 

Nonostante la presenza di alcuni immagini fantastiche - l'oca, il fantasma della moglie - il tono del film è estremamente cupo, disperato. All'inizio, la zingara predice a Dumitru, il protagonista, morte, morte e morte: il suo destino pare segnato. Verso la fine però qualcosa succede... a partire dalla sequenza sul fiume, lo spettatore ha la sensazione che qualcosa sia cambiato...

L'idea di fondo era che Dumitru fosse così disperato da desiderare di morire. Volevo gettarlo sempre più a fondo nelle tenebre, nel buio. Alle persone piace vivere e la natura ci spinge a cercare di vivere il più possibile. Quando si desidera morire, ciò è del tutto innaturale. Dumitru è così disperato che chiede a Dio "Basta, è finita, non ne voglio più sapere!". In un primo momento pensiamo che Dio stia per accontentarlo: scoppia una tempesta, uno stormo dei corvi si leva sullo sfondo, la sua barca affonda. Poi scopriamo che non è finita. Non si può mercanteggiare con Dio: non si può chiedere o ordinare nulla a Dio; le sue vie sono assolutamente imperscrutabili. Il destino di Dumitru è di vivere; la sentenza per lui è "devi vivere, devi portare a compimento il tuo percorso". A quel punto, egli comprende; a suo modo, perché non è intelligente, non ha mai letto un libro. Ecco perché sente che Dio ha un piano per lui, non sa quale, ma qualcosa deve essere: Lui è lì vicino. Ho letto da qualche parte che Dio è vicino a coloro che soffrono: Dumitru Lo sente vicino a sé, deve andare avanti, c'è stata una rivelazione e ora è un'altra persona. A mio avviso, per fare un film si ha sempre bisogno di un personaggio principale che possa accedere a questo tipo di rivelazione. La cosa più importante è che la persona alla fine del film sia la stessa dell'inizio, ma che subisca un passaggio da un livello ad un altro di comprensione di quanto gli accade; cosciente o non cosciente, non importa. Non vorrei dire che il finale del mio film sia ottimista, ma si può sentire che qualcosa del miracolo è davvero avvenuto. D'altro canto, credo che i miracoli non possano essere che qualcosa di bizzarro e, in fine, persino amaro. E questo miracolo infatti porta amarezza.

 

A parte un poster strappato di Ceausescu, che si intravede a malapena, il film non ha una collocazione temporale precisa.

Quello era il poster ufficiale di Ceausescu; in Romania chiunque lo riconosce. Ma è coperto, e si vede a malapena: non volevo fare un film che documentasse un particolare momento storico. Il mio protagonista è qualcuno che non trova il suo posto nella società; una tale situazione si può verificare ovunque ed in qualsiasi momento storico. Non volevo che Dumitru fosse un personaggio solo rumeno; sarebbe stato un nonsense. Gli esseri umani sono uguali ovunque: prendi un italiano o un rumeno, mettilo nella situazione di Dumitru, e si comporterà esattamente allo stesso modo. Ho letto cose impressionanti sulla Germania dell'immediato dopoguerra: le persone in condizioni disperate sono uguali ovunque.

 

Quale è la situazione oggi per chi fa cinema in Romania?

Non ci sono soldi. E ci sono molti registi che vogliono fare film. In Romania esiste un ufficio nazionale per il cinema che indice due volte l'anno un concorso per le sceneggiature, ma si sa come vanno queste cose... Se non sei in buone relazioni con le persone giuste ... I soldi sono dello Stato quindi non è importante ritornarli, fare un film di successo; è più importante fare un film che faccia piacere a qualcuno che risponderà a tale favore con un altro favore in una maniera o nell'altra... E' davvero molto difficile fare cinema in Romania.

 

Sta lavorando ad un nuovo progetto?

Il titolo del mio prossimo film è Pharao: sarà un film molto strano. Girerò sia in digitale sia in 35mm: 35mm in bianco e nero, digitale a colori, ma questa volta perché lo voglio così. La storia è incentrata su un mendicante di ottant'anni di Bucarest e su un giovane reporter televisivo che ne vuole raccontare la storia.

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