L'ANGOLO DI CINEMAFRICA - "La storia al cinema " di Natalie Zemon Davies
Da ottobre 2007 è possibile trovare in traduzione italiana questo piccolo classico della riflessione critica sui rapporti cinema/storia, pubblicato originariamente in Canada nel 2000 con il titolo Slaves on Screen. Film and Historical Vision
di Leonardo De Franceschi
La storia al cinema: la schiavitù sullo schermo da Kubrick a Spielberg, così recita il titolo italiano, che esce per l’editore romano Viella, con una postfazione di Alessandro Portelli, è opera di una microstorica dell’età moderna: Natalie Zemon Davies, da sempre attenta studiosa di storie di resistenza, che investano scrittrici e attiviste religiose, indiani d’America o schiavi del Suriname; è nota anche in ambito cinematografico per aver svolto un ruolo di consulente per il film Le Retour de Martin Guerre (Il ritorno di Martin Guerre, 1982), diretto da Daniel Vigne e interpretato da Gérard Depardieu.
Il volume, aperto da una breve introduzione, è strutturato in cinque capitoli, il primo dei quali ("Il film come narrazione storica"), ha una funzione di premessa metodologica, mentre l’ultimo ("Raccontare la verità") di revisione comparativa delle acquisizioni ottenute in sede di analisi. Pur partendo da considerazioni più generali, l’autrice si concentra infatti su alcuni studi di caso, vale a dire film che, nell’arco di poco meno di quarant’anni, da Spartacus (id., Stanley Kubrick, 1960) a Beloved (id., Jonathan Demme, 1998) hanno cercato di raccontare la condizione della schiavitù, sulla base di coordinate storico-politiche puntuali e riconoscibili.
Zemon Davies asserisce con sicurezza che «piuttosto che essere degli intrusi nella riserva di uno storico, i cineasti possono essere artisti per i quali la storia è importante», di più, possono coinvolgere «attori e spettatori come partecipanti in un collettivo esperimento di pensiero sul passato». Anche nei casi più frequenti in cui «un film racconta il passato secondo il genere della biografia storica o della "microstoria"», «i film possono svelare strutture e codici sociali di un dato tempo e luogo, origini e forme di solidarietà e conflitto e la tensione fra tradizione e innovazione». Nell’analisi dei film storici, riconosce l’autrice, troppo spesso i recensori si concentrano sul plot, e si limitano a considerazioni di massima su costumi e oggetti di scena, trascurando di analizzare le tecniche di narrazione e scrittura cinematografiche.
Il primo caso analizzato è quello di Spartacus, controverso per via del tardivo coinvolgimento di Kubrick, ma anche di una serie di divergenze circa l’interpretazione storica del periodo intervenute tra il regista e lo sceneggiatore Dalton Trumbo, indagate anche nel saggio (2002) che è riportato in appendice. Nel terzo capitolo l’indagine sullo schiavismo tocca il capitolo che a noi più interessa, relativo alla diaspora afromericana, sulla base di una comparazione tra l’italiano Queimada (Gillo Pontecorvo, 1969) e il cubano La última cena (Tomás Gutiérrez Alea, 1976), che prendono in esame il modello schiavistico caraibico. Del primo, l’autrice sottolinea in Pontecorvo la scrupolosità nell’uso delle fonti storiche e la capacità di abbinare microstoria a interpretazione globale, grazie alla presenza di un commento didascalico affidato al personaggio di Sir William Walker (un indocile ma potente Marlon Brando). Dal canto suo, Gutiérrez Alea si appoggia a uno storico di pregio come Manuel Moreno Fraginals, per raccontare l’episodio di una rivolta di schiavi avvenuta a Santo Domingo nella settimana santa del 1789: concedendosi una piccola licenza storica - lascia sopravvivere il capo Sebastián mentre tutti i rivoltosi furono massacrati - e concentrando l’azione in cinque giorni, il regista esalta il segnale di continuità della rivolta, sottolineando i legami forti con la tradizione orale yoruba.
Il quarto capitolo affronta l’epopea tragica dello schiavismo nero in terra americana, attraverso un’analisi dei recenti Amistad (id., Steven Spielberg, 1997; nella foto) e Beloved. Spese alcune considerazioni a sostegno delle ragioni etiche profonde alla base del progetto spielberghiano, l’autrice esalta soprattutto la capacità del regista di restituire, grazie anche a una retorica filmica sobria e a un efficace registro luministico - le luci sono di Janusz Kaminski, a sottolineare il nesso con il precedente Schindler’s List (id., 1993) -, gli indescrivibili orrori del Middle Passage, che spingono Cinqué e i suoi compagni di sventura alla rivolta. Zemon Davies non manca invece di stigmatizzare le volute interpolazioni della verità microstorica che sono intervenute nella deformazione di alcuni personaggi e nella creazione artificiosa di alcune situazioni. Ben più accorata e convinta l’analisi di Beloved, diretto da Demme sulla base dello straordinario romanzo di Toni Morrison, a partire da un progetto produttivo fortemente voluto dalla star televisiva Ophrah Winfrey, e ispirato alla tragica vicenda di Margaret Garner, schiava nera in fuga che nel 1865 arriva a uccidere una figlia piccola (e ad attentare alla vita degli altri) pur di risparmiarle l’orrore della vita in catene. La perdita del potere evocativo della «stupefacente prosa» della Morrison viene in qualche modo compensata dall’intensità metaforica della scrittura filmica di Demme e da una direzione degli attori (la stessa Winfrey, Danny Glover e Thandie Newton su tutti) straordinamente efficace.
Opportunamente, in chiave di commento, Portelli si sofferma sulla forza del dettaglio, come energia che riscalda in parallelo le sequenze più alte dei film analizzati dall’autrice e le pagine della sua prosa critica. Il pregio maggiore di questa sua riflessione sta a mio avviso appunto nella qualità della scrittura e nella finezza del gusto estetico che la orienta, assai più che nel sottotesto che ne informa molti passaggi chiave, in cui termini come verità e onestà, spostano il discorso su una prospettiva teoricamente debole. Piuttosto che suggerire prescrittivamente una serie di regole di buona rilettura storica, legate al principio del rispetto delle fonti («o dello spirito di quelle fonti»), sarebbe stato produttivo forse invertire il cannocchiale e cercare di studiare quali figure dell’immaginario coevo al regista tradiscono i modi di rappresentazione del passato nei film storici, che vanno, sempre e comunque, analizzati anzitutto come monumenti (più o meno compiuti, rispetto alle proprie finalità e leggi interne) piuttosto che documenti (più o meno accurati rispetto a un corpus definito di fonti).
Natalie Zemon Davies
La storia al cinema. La schiavitù sullo schermo da Kubrick a Spielberg
Con una nota di Alessandro Portelli
Roma, Viella, 2007, 174 pp.
Articolo a cura di www.cinemafrica.org
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