L'ANGOLO DI CINEMAFRICA - Berlinale 2008: lungo la linea del colore
Una riflessione a freddo sulle visioni panafricane all'ultimo festival di Berlino: un appuntamento irrinunciabile per chi vuole tastate il polso al cinema mondiale, sondare tendenze, snodi ricorrenti e modi di rappresentazione del Continente Nero. A cura di www.cinemafrica.org
Sul piano meramente quantitativo, la piazza della Berlinale ha confermato di rappresentare un appuntamento irrinunciabile per chi, sconfinando di continuo tra selezione ufficiale e mercato come abbiamo fatto in questi undici giorni, vuole tastare il polso al cinema mondiale, sondare tendenze, snodi ricorrenti e modi di rappresentazione dell’Africa e delle sue diaspore, segnalare qualche titolo degno di nota. Considerando anche gli incontri organizzati quest’anno nell’ambito del Talent Campus, talvolta appannaggio dei soli giovani ospiti (come Hot Spot Africa), il calendario offriva in media una decina di appuntamenti al giorno, tra proiezioni e conferenze stampa.
Visto che a tutti i film più significativi presentati in selezione ufficiale abbiamo dedicato una recensione, non rimane che qualche considerazione da fare a margine, e a mente fredda. Le visioni berlinesi hanno confermato che il cinema africano se la passa male, stretto fra la tentazione di omologarsi a modelli narrativi efficaci ma impersonali (Jerusalema), e l’orgoglio di approfittare delle possibilità del digitale per riaffermare una vitale, ma fin troppo anarchica, necessità di cinema (Divizionz). Resistere alla contingenza non felice è possibile solo decantando con pazienza e rigore una poetica riconoscibile, come fa l’egiziano Yousry Nasrallah in L’aquarium, così da interrogare ragioni e umori del presente senza rinunciare a provocare la pigrizia estetica dello spettatore mainstream.
Ma l’Africa continua soprattutto ad essere terra di conquista, rifugio e verifica dell’immaginario dominante. Che si parli di bambini soldato o pugili da strada, famiglie in crisi o malattie endemiche, la tentazione dell’ancoraggio al tema forte, trasformando il case study in eroe per un giorno, è dura a morire. Le sceneggiature dei contenuti dell’audiovisivo globale tendono a presentare format e schemi narrativi sempre più vincolanti e seducenti nella loro efficacia. La scommessa di Falorni in Feuerherz (Heart of Fire), controversa ma più che difendibile sul piano documentale, e pur ancorata a un congruo realismo linguistico, fallisce nella pretesa di raggiungere un universalismo essenzialista, riducendo quello che sulla carta (la biografia di Senait G. Mehari) è un fluviale e doloroso romanzo di formazione, a uno schematico apologo pacifista.
Meglio allora piuttosto la mitografia del reduce, in War Child, o per meglio dire, la disponibilità a scompaginare le aspettative dello spettatore – anche qui, il bambino soldato va a combattere perché quella in cui si impegna con il suo clan in Sud Sudan è una guerra di popolo –, ricostruendo tra storia personale e collettiva i percorsi di formazione di un eroe della sopravvivenza, Emmanuel Jal, che sulla memoria degli anni di guerra ha costruito il suo successo di hiphop star. Ad essere premiata è sempre la capacità di ascolto e sospensione del giudizio, che si tratti delle one dollar babies congolesi di Victoire Terminus, Kinshasa, pugilesse per passione e voglia di riscatto, pedinate durante gli allenamenti e nelle dinamiche domestiche, o degli inquieti soldati di leva di Mafrouza, punte d’iceberg di un microcosmo ricco di aneddoti, tradotti dallo schermo prima di diventare vere e proprie storie.
Sul versante diaspore, la violenza nelle periferie urbane continua ad essere uno dei temi privilegiati, offrendosi al contempo come catalizzatore di plot plurali, spezzati, tenuti insieme da uno score che talvolta risulta diegeticamente fuso con l’azione, e in qualche caso dà luogo a vere e proprie coreografie acustico-visive. Di Regarde-moi, più che la costruzione narrativa ad incastro rimarranno soprattutto la riflessione sul bullismo femminile e la rivelazione di un nuovo talento d’attrice. Il Brasile continua purtroppo a lucrare sulle formule facili di City of God, con un mix di estetizzazione della violenza e iperinvestimento simbolico sulla musica: se questa è la tendenza, più del melenso West side story in chiave favela Maré, nossa historia (Panorama) di Lucia Murat, più efficace e compatto è parso l’altro musical, Ó pai ó di Monique Gardenberg, visto all’European Film Market, mentre assai sopravvalutato ci è parso l’Orso d’oro 2008 Tropa de elite.
Anche in terra statunitense, la musica nera continua ad essere un ricettacolo di motivi e atmosfere ricche di forza evocatrice, dal jazz di Fats Waller in Be Kind Rewind al blues anni cinquanta di Honeydripper (visto all’EFM), anch’esso starred by Danny Glover e diretto da un John Sayles in stato di grazia. Ed è sempre lavorando su una densa partitura di impasti musicali e inserti visivi dalla forza lancinante, che Isaac Julien ci
racconta quello che resta dell’eredità di Jarman in Derek. Quanto alla musica che si suona nel belpaese, un paio di film iperindipendenti inseriti in cartellone fanno ben sperare sulle sorti di un immaginario plurale, contaminato, e attento alle storie che si portano dietro i nuovi italiani: Corazon de mujeres (Panorama), opera del collettivo Kiff Kosoof, stando incollato in un road movie da camera, ai due protagonisti, porta a casa un grumo di verità cui non arriva La terramadre (Forum), dell’esordiente Nello La Marca, nonostante i chiaroscuri espressivi di Tarak Ben Abdallah: il viaggio in patria di una marocchina in cerca di una (letterale) nuova verginità, nel dialogo con il bisessuale estetista che a Casablanca ritrova un figlio negato, porta più lontano dell’irrisolto confronto a distanza tra il ragazzino di Palma di Montechiaro che non vuole emigrare in Germania e l’immigrato tunisino costretto a una fuga senza fine.
Articolo a cura di www.cinemafrica.org
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