L'ANGOLO DI CINEMAFRICA - "Come un uomo sulla terra", di Andrea Segre, Dagmawi Yimer e Riccardo Biadene
Un intenso documentario sull’epopea dei migranti africani in rotta verso l’Europa, vittime della frontiera e della polizia libica.
di Leonardo De Franceschi
«Mi disturbava dentro di me una voce che mi accusa colpevole (guilty) e adesso con tutto il vostro lavoro, la vostra volontà e dedicazione non c’è più quella voce, sono anche libero e innocente come un uomo sulla terra». Sul blog di questo documentario realizzato da Andrea Segre (A sud di Lampedusa, 2007) e Dagmawi Yilmer, in collaborazione con Riccardo Biadene, c’è la lettera che Dag, uno dei tre registi, ha scritto al termine della lavorazione, per ringraziare quanti lo hanno accompagnato in questo necessario ma doloroso road-movie della memoria che si chiama, appunto, Come un uomo sulla terra (2008). Proprio la presenza, discreta, di Dag, guida lo spettatore, protagonista e collettore di storie che si sovrappongono, componendo il puzzle di una verità che ci inchioda alla nostra responsabilità civile, ci costringe a sapere e ci obbliga a trasformare questa consapevolezza in un impegno concreto e quotidiano.
La verità, tragica e insopportabile, è quella che trapela dai numeri del bollettino di morte che ogni mese produce il blog Fortress Europe di Daniele Del Grande, consulente del film, aggiornandoci sulla mattanza di migranti che finiscono sui fondali del Mediterraneo, nel tentativo di raggiungere l’Italia. Ma quei numeri che, pure, è fondamentale conoscere, qui diventano volti, parole e storie di donne ed uomini che hanno avuto il coraggio di lasciarsi alle spalle casa e affetti e, pur di raggiungere l’Europa, hanno affrontato un feroce gioco dell’oca, gestito da intermediari e poliziotti libici, con l’appoggio finanziario dell’Italia e la connivenza dell’Unione Europea. Dagmawi, Tighist, Fikirte, Senait, Dawit, Tesgaye, Damallash, Johannes. La loro voce è un sussurro. Il loro sguardo sereno. Per questo fa ancora più male ascoltarli e scorgere sui loro volti i segni di quello che hanno dovuto subire.
Un treno in corsa. Quello su cui il padre ferroviere portava Dag da bambino. Come osserva il protagonista-coregista, si sarebbe potuto cominciare dal primo incontro fra Italia ed Etiopia, dal passato non remoto coloniale. E invece no, si parte con un ricordo in prima persona che prefigura un destino obbligato e comune a molti. A Dag per primo, che ad Addis Abeba si iscrive a Giurisprudenza ma capisce presto che chi esce da lì finisce in galera o servo di un regime che propugna una politica etnica. A Senait che, come l’eroina controversa di Heart of Fire, autobiografia e film di Falorni, essendo figlia di una coppia etiope/eritrea, allo
scoppio della guerra si ritrova senza un posto nel mondo. A Tighist, che ha la colpa di credere alla propaganda libica, e per inseguire una prospettiva di futuro, finisce nella trappola dei mercanti di braccia. «Non potevamo immaginare quello che ci sarebbe successo», scandisce più volte Dag. Inquadrati e sbattuti in quarantacinque in un Land Cruiser scoperto, sotto il sole del Sahara, che fila a velocità folle su una pista di sabbia. A chi sta male viene data una mezza bottiglia di plastica, per vomitarci dentro. A chi protesta, un doppio giro di corda, i cui segni porterà per tutta la vita. A Bengasi, la prima tappa del teatrino di stato. La polizia blocca gli intermediari e trascina in carcere i migranti. Centodiciotto, in un unico locale, in mano a guardie che strappano dal collo le croci, ossessionati dalla caccia all’ebreo falascia. Tanti cercano, e riescono, ad impiccarsi.
Dopo mesi, vengono caricati all’improvviso su container blindati, da dove respirano a malapena attraverso feritoie. Centodieci, in un container, sotto il sole, a viaggiare per giorni, costretti a fare i propri bisogni sul posto. «Anche se sei tranquillo per natura, diventi pazzo». Li spediscono nel lager di Cufra, a centinaia di chilometri più a sud, non lontano dal confine con l’Egitto e il Sudan. Container e lager hanno un bollino tricolore, li pagano i contribuenti italiani in virtù di accordi siglati con la Libia nel 2003 dal governo Berlusconi e regolarmente rinnovati dal centrosinistra, con un provvedimento firmato dal ministro Amato. A Cufra si tortura, si stupra, si umilia. Poi un giorno sei fuori, ma non ti portano oltre confine come ti aspetti, ti vendono per 30 denari a un intermediario, e sei pronto a ripartire, senza passare dal via. C’è chi questo periplo della morte lo fa cinque, sei, sette volte, prima di riuscire a trovare uno scafista che lo affidi alle correnti del Mare Nostrum.
A Varsavia, intanto, le centocinquanta persone che lavorano per l’agenzia europea Frontex si godono il panorama in verità anonimo della città dal loro grattacielo di vetro e cemento. Dovrebbero verificare sul territorio la sostenibilità dei trattati che regolamentano l’ingresso in Unione Europea dei migranti e scrivono rapporti che esaltano il paesaggio del deserto libico. «È mai stato a Cufra? È lì che sono stato venduto più volte» domanda Dag incredulo a un portavoce dell’agenzia. «Non mi ricordo, ma il nome mi suona familiare». Intanto passano mesi, anni. Negga sta ancora lì, in un centro a Misratah. Lo chiamano, Dag e alcuni altri compagni che lo hanno conosciuto in questo viaggio infernale, da un telefono pubblico a Roma, lui risponde col cellulare, in una prigione da dove non sa se e quando uscirà. Sembra la scena finale di un mockumentary apocalittico alla Jacopetti, un’Italia addio. Da un anno e mezzo sta lì Negga. Dopo un po’, si smette di contarli. La sua compagna italiana ricorda a Dag imbarazzato che quando è arrivato in Italia, non si ricordava più nemmeno quanti anni avesse. Dalle parole strappate al pudore a quelle della tenerezza, con le gambe sotto un tavolino, si fa resistenza mettendosi a nudo davanti a una videocamera attenta ma discreta, ma anche cucinandosi due spaghetti.
Fra il 2006 e il 2007, riferisce il cartello finale, secondo fonti libiche, 95.570 stranieri hanno vissuto l’odissea terribile di Dag, Tighist e degli altri. Grazie all’esperienza della scuola di italiano per stranieri Asinitas e al laboratorio di videonarrazione avviato al suo interno da Andrea Segre, lo sguardo di Dag non ha perso nulla della rabbiosa quiete che esprime nel servizio realizzato dalla troupe del TG1 nel luglio 2006, subito dopo lo sbarco a Lampedusa. Si è però sdoppiato, mettendosi al servizio di un progetto di (auto)racconto collettivo della memoria migrante, che ha prodotto come risultato Il deserto e il mare (2007), alcuni corti di fine anno - di cui abbiamo avuto modo di scrivere di recente - e infine Come un uomo sulla terra. Dopo l’anteprima al Milano Film Festival e il trionfale passaggio al Salina Doc Fest, dove si è aggiudicato tutti e tre i premi in palio, questo esempio del miglior cinema del reale che l’ultima generazione di documentaristi sta regalando a un pubblico sempre meno di nicchia sta girando in un tour in tutta Italia – sul blog è possibile organizzare presentazioni o più semplicemente seguire il calendario delle proiezioni – e oltreoceano: sbarcherà infatti presto, grazie alla giuria brasiliana di Salina, alla Mostra internazionale del cinema di San Paolo. Mentre il documentario troverà la fortuna che merita, come uomini sulla terra, qui e ora, siamo chiamati a battere un colpo. Ricordiamoci, con il Ninetto della Sequenza dal fiore di carta, che l’innocenza è ormai una colpa.
Articolo a cura di www.cinemafrica.org
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