CINEMAFRICA - Venezia 66: "Dowaha" di Raja Amari, una ninna nanna solitaria
Nella sezione Orizzonti è stato presentato Dowaha (Buried Secrets), il secondo lungometraggio della regista tunisina Raja Amari, che nel 2002 ha esordito con Satin rouge (id.) - a cura di www.cinemafrica.org
di Alice Casalini
Nella sezione Orizzonti della 66. edizione della Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia è stato presentato Dowaha (Buried Secrets) il secondo lungometraggio di Raja Amari, che nel 2002 ha esordito con Satin rouge (id.). La regista tunisina si confronta ancora una volta con una storia tutta al femminile che riflette sulla morale, oltrepassando i confini imposti dai cliché culturali.
Raja Amari abbandona la location urbana per trasferire l’azione in un’imponente casa nella campagna tunisina, isolata e abbandonata da anni, dove vivono fuori dal mondo tre donne: due sorelle, Aicha e Radia, e l’anziana madre che lavorava nella casa come domestica quando era abitata da una ricca famiglia tunisina.
La giovane Aicha è affascinata dalla vita fuori dalla casa ma la madre e la sorella la sorvegliano per proteggerla dalle insidie del mondo esterno. L’equilibrio delle loro vite è spezzato dal ritorno del nipote della signora per cui lavorava la madre delle due ragazze. Il giovane torna con la compagna Selma. Le tre donne decidono di rimanere rinchiuse per non rivelare la loro identità e non rischiare di perdere la casa ma Aicha è troppo attratta dal mondo dei due nuovi arrivati, da Selma, dai suoi profumi e dai suoi abiti di stoffe morbide e colorate.
Raja Amari isola i suoi personaggi e fa incontrare e scontrare due mondi opposti e due mentalità completamente diverse, isolandole in un ideale campo da gioco: non ci sono che loro nella cornice, suggestiva e inquietante, della vecchia casa che protegge, nasconde e cattura. Il rapporto tra le tre donne è viscerale e inquietante, dipendono l’una dall’altra, si nascondono a vicenda vizi e desideri segreti che tentano di reprimere ma che di volta in volta non trattengono.
Se Radia e la madre, consumate da una vita di privazioni e stenti non riescono a pensare di oltrepassare la soglia di quel territorio fantasma, Aicha, adolescente in piena fase di trasformazione, non accetta passivamente la scelta di escludersi dal mondo. Gli intrusi sono la chiave per scatenare la dinamica di conflitto che c’è tra le tre donne: il sentimento che le tiene unite è un amore ossessivo e possessivo, necessario ma perverso che scatena paure, violenze e gesti d’amore e dolcezza.
Dowaha è un thriller al femminile profondamente angosciante: la regista, che è anche sceneggiatrice, riflette sulla condizione della donna, sulla repressione sessuale, sulle paure e sulla morale che opprime. La Amari segue nel labirinto dei percorsi segreti della casa le perversioni e le complessità del rapporto tra le tre donne tra le quali oltre a Soundess Belhassen e Wassila Dari, colpisce la prova della giovane Hafsia Herzi che ha esordito proprio a Venzia con il film di Abdellatif Kechiche, Cous cous (La graine et le mulet, 2007).
Il film segue l’esplosione di un equilibrio precario, irreale e perverso che nasce dalla solitudine e della difficoltà di queste donne di vivere da sole. Se il rapporto tra le donne nella sceneggiatura non sempre si risolve in modo chiaro ed efficace, la location scelta è piena di fascino e i movimenti della macchina da presa nei corridoi stretti e lunghi della villa e nelle scene più violente e crude sono il segno della consapevolezza e del coraggio della regista che non si nasconde dietro a veli, mostra la desolazione e la violenza della solitudine delle donne che devono sopravvivere alla repressione di ogni desiderio, di ogni normale impulso emotivo e sessuale.
Articolo a cura di www.cinemafrica.org
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