CINEMAFRICA - "The No. 1 Ladies' Detective Agency", di Anthony Minghella e altri
Arriva anche in Italia, sull’emittente Lei (Sky 125), la fortunata serie tv britannica realizzata nel 2008 e definita come l’anti signora in giallo africana.
di Leonardo De Franceschi
A un anno e mezzo dalla sua trasmissione in Gran Bretagna, arriva anche in Italia, sull’emittente Lei (Sky 125), la fortunata serie tv The No. 1 Ladies’ Detective Agency (2008), prodotta dall’inglese Mirage Productions di Anthony Minghella e Sydney Pollack, in sinergia con la BBC, la HBO, i fratelli Weinstein, la sudafricana Film Afrika Worldwide e lo stato del Botswana, dove è stato girato.
La serie, di cui è stata per ora realizzata una prima stagione di sette episodi, e programmata ogni giovedì in prime time, è tratta dai gialli dello scrittore Alexander Mc Call Smith, nato in Zimbabwe ma trasferitosi ben presto in Scozia, regione originaria della famiglia: i romanzi della serie, cominciata nel 1998, sono pubblicati in Italia dall’editrice Guanda.
Protagonista assoluta della serie è la trentenne Precious Ramotswe, formosa e brillante detective privata, che ha alle spalle un’infanzia felice in campagna, segnata dal rapporto con un padre affettuoso e un matrimonio fallito con un jazzista violento. Il pilot della serie, diretto dal regista inglese Minghella (premio Oscar per Il paziente inglese), deceduto di emorragia cerebrale il 18 marzo 2008, ci introduce anzitutto il personaggio di Precious che, con i soldi avuti dalla vendita del gregge paterno, si trasferisce nella capitale Gaborone per – queste almeno sono le sue intenzioni – aiutare la gente a risolvere i tanti misteri che non hanno gli strumenti per affrontare. Sulla sua strada – nel senso letterale – trova subito un valido supporto nel meccanico vedovo JLB Matekoni, sempre pronto a dare una mano, anche perché attratto dalla piacente e dinamica Precious. Non meno zelante, anzi fin troppo puntuale e pignola, la giovane segretaria Grace Makutsi, che accetta di lavorare per l’agenzia, pur sapendo che dovrà aspettare un bel po’ prima di vedere il primo stipendio. Nel coro del vicinato, si distingue il parrucchiere gay BK, sempre pronto a dispensare incoraggiamenti e consigli.
Il pilot ci mostra Precious alle prese con i suoi primi casi. Fra mogli tradite, figlie ingannate e imprenditori truffati, la detective donna numero uno dovrà però anche fare i conti con uno squalo di prim’ordine come Charlie Gotso, un gangster locale che si è procurato un amuleto di medicina tradizionale, composto fra le altre cose dalla falange di un bambino. Ripercorrendo le tracce del boss, Precious riesce a liberare un ragazzino rapito dagli uomini di Gotso e a restituirlo al padre insegnante, mentre tutti i proventi delle indagini vengono devoluti a un istituto che si occupa di orfani di famiglie sterminate dall’AIDS.
Nel cast, i ruoli chiave sono stati affidati a volti emergenti della scena attoriale afroamericana e afrobritannica. Precious è Jill Scott, un’affermata cantante di R&B, che sul grande schermo ha conquistato una piccola notorietà soprattutto per un ruolo nel blockbuster indipendente Why Did I Get Married? (Tyler Perry, 2007). Al suo fianco, nel ruolo della petulante ma generosa Grace, una performer completa, con un grande passato a Broadway come Anika Noni Rose, nota al grande pubblico soprattutto per aver interpretato, accanto a Beyoncé Knowles e Jennifer Hudson, Dreamgirls (id., 2006). Sua sarà, nella versione originale, la voce della disneyana principessa Tiana, protagonista dell’attesa favola natalizia La principessa e il ranocchio (The Princess and the Frog, 2009), incursione in chiave black nella New Orleans dell’età d’oro del jazz (con le voci anche di Terrence Howard, Angela Bassett e Oprah Winfrey). Il maturo spasimante di Precious è invece interpretato dall’attore di teatro anglo-zimbawese Lucian Msamati. Nel cast del pilot abbiamo già incrociato un paio di presenze di lusso, come la gloriosa star sudafricana John Kani (Un’arida stagione bianca, 1989; Sarafina!, 1992), nel ruolo di un falso-padre, profittatore e parassita, e l’emergente astro americano Idris Elba (Sometimes in April, 2005; RocknRolla, 2008), in quello del gangster Gotso, oltre a volti ben noti in Sudafrica come Vusi Kunene (Cry The Beloved Country, 1995; Kini and Adams, 1997) e Desmond Dube (The Long Run-Corsa per la vittoria, 2000; Hotel Rwanda, 2004).
Nonostante la propensione nota di Minghella ai toni oleografici e mélo già espressa nei suoi classici più noti (Il paziente inglese e Ritorno a Cold Mountain), il pilot della serie è apprezzabile nel tentativo di presentare a un target anglo-americano, senza appoggiarsi a personaggi positivi bianchi, la realtà di un paese assai poco battuto nell’immaginario mediatico come il piccolo Botswana, una repubblica grande più della Spagna ma abitato da poco più di un milione di mezzo di persone, con capitale Gaborone, nota soprattutto perché due/terzi del paese sono occupati dal gigantesco deserto del Kalahari, e tra i più devastati negli ultimi anni dal flagello dell’AIDS. Certo, il rischio di virare verso il bozzettismo edificante è dietro l’angolo, e Minghella non fa granché per evitarlo, servendosi dei morbidi temi di Gabriel Yared per accarezzare dalla parte giusta il pelo dello spettatore, e valorizzando la tavolozza delicata di un DOP di talento come Seamus McGarvey (The Hours, 2002; The Soloist, 2009), assistito per giunta da un operatore di lusso come l’italiano Giulio Biccari (che firma gli altri episodi), tra i più validi direttori della fotografia attivi in Sudafrica (Forgiveness-Il perdono, 2004; U-Carmen e-Khayelitsha, 2005).
Tuttavia, in tempi come questi, in cui i pedali calcati dall’immaginario dei registi neo e veterocoloniali che girano in Africa insistono su bambini soldato, guerre civili e pandemie, teniamoci stretti questo sguardo d’autore, magari buonista, ma che ci disintossica da un’Africa cuore di tenebra, dura a morire. Tanto più che la verve degli interpreti principali e il buon lavoro di ancoraggio della materia romanzesca al contesto locale si fanno apprezzare, anche se risulta in parte penalizzante la scelta dell’emittente italiana di non sottotitolare la banda sonora originale. Gli episodi successivi sono stati affidati a collaudati registi televisivi come Charles Sturridge e Tim Fywell.
[Articolo a cura di www.cinemafrica.org]
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