CINEMAFRICA - "Besouro"

Uscito in patria in ottobre e presentato in anteprima europea all’ultima Berlinale, il brasiliano Besouro è un film d’esordio dedicato al mitico eroe popolare della capoeira, vale a dire Manuel Henrique Pereira, noto come Besouro Mangangá.

 

di Leonardo De Franceschi

 

Besouro, di João Daniel TikhomiroffUscito in patria in ottobre e presentato in anteprima europea all’ultima Berlinale, il brasiliano Besouro è un film d’esordio che, almeno sulla carta, era lecito attendersi suscitasse una maggiore eco. Non foss’altro che per l’alone di leggenda che circonda l’eroe protagonista, al centro di numerose canzoni del repertorio popolare della capoeira, vale a dire Manuel Henrique Pereira, noto come Besouro Mangangá, militante coraggioso fino al martirio nella lotta per i diritti civili dei neri nel Brasile post-emancipazione degli anni Venti. Una volta visto il film, presentato in questi giorni a Roma, nell’ambito del Festival Semana Cinema Operas Primas Iberoamericanas Roma (SCOPRIR), ho capito perché se ne parla soprattutto nei siti che promuovono la cultura capoeirista.
 

Ma veniamo al plot. Siamo come detto nella regione del Recôncavo Baiano, nel 1924. Besouro (il capoeirista esordiente Aílton Carmo) ha poco più di vent’anni, ma si è imposto già come l’allievo prediletto del carismatico mestre Alipio (Macalé). La comunità degli ex-schiavi neri vive e lavora china sotto il tallone degli sgherri del Colonnello (Flávio Rocha), latifondista di canna da zucchero e trova come unico sfogo alla propria rabbia e sete di libertà il culto popolare degli Orixas e la capoeira, proibita proprio in quanto vista come espressione di un prossimo riscatto. Pur avendo la responsabilità di proteggere il maestro dalle minacce di Noca de Antônia e degli altri bravi del Colonnello, Besouro non si dimostra all’altezza della situazione, e interviene quando ormai è troppo tardi.

Datosi alla macchia per espiare il proprio errore e prepararsi a raccogliere l’eredità del mestre, Besouro scopre l’amore tra le braccia di Dinorá (Jessica Barbosa), giovane serva del Colonnello che conosce da bambina, fin da quando si allenavano sotto lo sguardo del vecchio Alipio, insieme all’inseparabile Quero-Quero (Ânderson Santos de Jesus). Quando Besouro trova il coraggio di affrontare il Colonnello, colpendo con due azioni notturne la piantagione e lo stabilimento, proprio Quero-Quero, geloso della sua relazione con Dinorá, finirà per tradirlo, rivelando che il suo corpo fechado, reso invincibile da una magia, può essere penetrato solo da un coltello scolpito in un legno speciale.

Besouro Esordiente dietro la macchina da presa, il sessantenne João Daniel Tikhomiroff ha alle spalle un curriculum impressionante nella direzione di spot pubblicitari, forte di 41 Leoni vinti al Festival di Cannes e 10 Caboré Award (il più prestigioso riconoscimento dato in Brasile ai registi di promo). Per realizzare Besouro, prodotto dalla sua società Mixer, ha voluto coinvolgere Hiuen Chiu Kuâ, il mitico coreografo di Matrix, La tigre e il dragone e Kill Bill e un direttore della fotografia apprezzato come Enrique Chediak (Identikit di un delitto, 28 settimane dopo). Non si può dire che non avesse chiaro il ventaglio dei modelli visivi di riferimento, praticamente tutti i generi popolari di maggiore successo mondiale degli anni Settanta, dallo spaghetti western al wuxiaplan, dal kungfu movie alla blaxploitation, rivisitati con un sano e tropicalistico gusto del cannibalismo e della commistione.

Peccato che il gioco risulti piuttosto scoperto dopo pochi minuti e oltretutto Tikhomiroff (che firma la sceneggiatura insieme a Patrícia Andrade) si dimostri poco ferrato nella costruzione della drammaturgia, che procede per pause e improvvise accelerazioni, nel ritmo come nella dilatazione lirico-visiva. In Besouro, infatti, che ci ha ricordato alcuni omaggi postmoderni alla blaxploitation come Posse-La leggenda di Besouro Jessie Lee di Mario Van Peebles, il regista spinge con ricorrenza il pedale dell’accensione visiva, per esempio nei casi in cui Tikhomiroff ci fa condividere il punto di vista dell’animale feticcio del protagonista (besouro sta per calabrone, in portoghese), ci mette alla presenza di Exu e delle altre divinità del candomblé, oltre naturalmente alle sequenze coreografate di capoeira e ai duelli con i cattivi schiavisti.

Tanta energia cinetica produce gli effetti voluti nel coinvolgimento spettatoriale ma la costruzione drammaturgica è talmente debole e approssimativa che, esploso il tappo dei titoli di coda, ci ritrova ben presto con la bottiglia semivuota e un sapore in bocca caramelloso e iperanidridico. Ciò detto, sul piano strettamente spettacolare, il film mantiene una sua efficacia elementare, in virtù di un casting efficace e di una buona confezione tecnica.

 

[articolo a cura di www.cinemafrica.org]


 

 

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