CINEMAFRICA - L’Afrique vue par
Un film collettivo che tenta un esperimento molto ambizioso: riunire dieci cineasti di punta di altrettanti paesi africani per comporre una visione a mosaico del continente, un’operazione che nessuno aveva mai tentato finora
di Leonardo De Franceschi
Presentato in anteprima mondiale al 2° PANAF (Festival Culturel Panafricain d’Alger) nell’estate 2009 e a seguire in vari festival orientati sul cinema del sud (Dubai, Afrique Taille XL, FIFF, JCC, Afrikamera), il film collettivo L’Afrique vue par… era sulla carta un esperimento molto ambizioso: riunire dieci cineasti di punta di altrettanti paesi africani per comporre una visione a mosaico del continente era un’operazione che, per la sua complessità produttiva, nessuno aveva mai tentato finora. Ci ha provato qui lo stato algerino, all’origine del progetto globale PANAF, che ha delegato sul piano produttivo la società Laith Media, partner di diversi film franco/algerini degli ultimi anni (Cartouches Gauloises, Delice Paloma, Mon colonel). In complesso, il risultato è piuttosto deludente ma, ad ascoltare le stesse dichiarazioni polemiche che hanno accompagnato la presentazione ad Algeri del film, circa i tagli e ritardi pesanti nell’arrivo dei finanziamenti promessi ai registi, possiamo almeno in parte attribuirne le responsabilità principali alla precarietà produttiva dell’impresa. Ci sarebbe da chiedersi, peraltro, perché nessuna regia sia stata affidata a una donna, perché paesi produttivamente importanti come l’Egitto o il Marocco siano rimasti fuori, e perché l’intera area centro-orientale sia stata sottorappresentata, ma tant’è, meglio tornare al film.
Come che lo si voglia giudicare, L’Afrique vue par… racconta di un continente in movimento, che sa recuperare la lezione della storia, remota e recente, con il rigore del confronto con i documenti ma anche con il piacere di reintepretarli alla luce di un intreccio o di un apologo. Proprio il registro metaforico è quello che sceglie il burkinabè Gaston Kaboré (Wend kuuni, Buud yam), finalmente di ritorno dietro la cinepresa, per tessere le fila di un racconto che lega insieme gli uomini di oggi e gli africani di cinquantamila anni fa, loro antenati: 2000 générations d’Africains si sono succedute ma oggi più che mai, nei volti delle donne e degli uomini che Kaboré ci mostra in primo piano, si può leggere la stessa voglia di plasmare il proprio destino e di scrivere la propria storia. Il congolese Balufu Bakupa-Kanyinda (Juju Factory), dal canto suo, proseguendo un dialogo a distanza con i suoi miti personali, politici (Lumumba e gli altri padri delle indipendenze) e poetici (qui Aimé Cesaire e Tshiakatumba Matala-Mukadi), rilegge in Nous aussi avons marché sur la lune con una brillante intuizione (ma fin troppo ricca di piste narrative e riferimenti) l’impresa americana dello sbarco sulla luna con gli occhi, disincantati e ironici, di tre congolesi del tempo. Rachid Bouchareb (Hors-la-loi, Indigènes/Days of Glory) rende un nuovo omaggio alla venere nera Saartje Baartman resuscitata da Kechiche con Exhibitions (nella foto), in cui ripercorre senza fronzoli – montaggio di immagini in bianco e nero e voce fuoricampo – la pagina buia degli zoo umani, parchi di divertimenti che da fine Ottocento a tutti gli anni Trenta mostrarono a milioni di cittadini delle capitali europei esemplari vivi di uomini e donne, prelevati dai possedimenti coloniali e pagati per esibirsi nel loro costume tradizionale e in padiglioni che ricostruivano per il piacere esotico del pubblico la vita di villaggio.
Anche il tunisino Nouri Bouzid (Making of, L’Homme de cendres), riprendendo le fila di un discorso avviato da Mahmoud Ben Mahmoud con Les Siestes grenadines e portato avanti con Wajd, fa i conti con il passato, più propriamente con l’identità culturale africana che gli abitanti di Maghreb e Mashreq continuano a rimuovere. Protagonisti assoluti del suo Errance sono due monumenti: l’uno, immortale e maestoso, è l’anfiteatro romano di El Jem; l’altro, non meno maestoso ma immortale solo in virtù dei film che ci ha regalato è il grande Sotigui Kouyaté (London River), deceduto pochi mesi dopo le riprese. Nel film, Sotigui (nella foto) interpreta praticamente se stesso, un vecchio griot nomade che, incontrato per caso un gruppo di ragazzini scorrazzanti nel teatro (tra cui la piccola Zeineb, figlia del regista), consegna loro un pugno di massime di saggezza millenaria, insegnandogli il piacere della ricerca della conoscenza. La sua voce riesce persino a farsi breccia fra i pregiudizi razzisti di un ottuso poliziotto (il caratterista Slah Msaddek) che vorrebbe arrestarlo solo perché gira senza documenti.
Temi e location molto distanti per il franco-guineense Mama Keita (L’absence), che riesce a firmare uno dei corti più convincenti della serie (One more vote for Obama, nella foto), grazie alle armi dell’ironia e del ritmo. Al centro della sua commedia metropolitana ci sono due giovani immigrati kenyoti a New York che, in piena campagna per le ultime elezioni presidenziali, sognano la vittoria di Obama, immaginando possa risolvere i problemi, loro e degli altri cugini africani. Poi dal nulla parte un altro sogno, non meno improponibile: vincere la maratona di New York e conquistarsi con un colpo solo il successo e l’agognata green card. Bastano un incidente durante un allenamento (per salutare una bella passante, l’aspirante maratoneta urta due poliziotti che poi è costretto a seminare) e un inopinato incontro (con la stessa passante, che è una attivista di Obama) per creare un divertente cortocircuito tra i due desideri.
Va detto con grande onestà che in questo florilegio non ci sono solo rose, ma anche fiori anonimi, smorti o dalle tinte impossibili, che sarebbe stato meglio non cogliere e forse è opportuno consegnare all’oblio. Il sudafricano Teddy Mattera (Telegraph to the sky) e il mozambicano Sol de Carvalho (O buzio) pagano per tutti il pegno del tema d’impegno (manco a dirlo, la guerra e i suoi guasti, sulla sanità mentale dei reduci e sulla vita dei bambini-soldato). Quanto al mauritano/maliano Abderrahmane Sissako (Une femme fâchée: una donna d’affari inveisce in taxi contro i suoi clienti al cellulare), al guineense Flora Gomes (A pegada de todos os tempos: una favola esile e colorata accompagna la corsa di un gruppo di ragazzini) e all’angolano Zezé Gamboa (Bom dia Africa: un impiegato si sveglia all’alba e passa da un taxi collettivo all’altro prima di vedersi rubare il cellulare da un poliziotto), ci consegnano tre compitini in cui possiamo riconoscere la leggerezza e l’inconsistenza di una scritta sul bagnasciuga.
Risultati assai diseguali dunque, per un progetto nato sulla carta con un’idea forte e progressivamente sfilacciatosi a causa di vicissitudini produttive, che hanno indotto molti dei cineasti coinvolti a onorare l’impegno preso con il minimo di sforzo. Una storia emblematica dei mali e delle difficoltà in cui continua a dibattersi il cinema africano contemporaneo, ma che consegna anche alcune pagine di poesia autentica, come lo sguardo che passa tra gli occhi di un griot e una bambina o la vibrazione fragile di una voce di regista che riscopre dopo troppi anni il piacere del cinema.
Articolo a cura di www.cinemafrica.org
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