CINEMAFRICA - Tutti i titoli panafricani della BERLINALE 61


La linea del colore attraversa come di consueto tutto il cartellone del festival, nel segno di una solida continuità con la tradizione, ma con un atteggiamento molto meno di supporto alle grandi compagnie di distribuzione statunitensi ed europee. A cura di www.cinemafrica.org

 di Leonardo De Franceschi

 

Yelling to the SkyAl via la 61a Berlinale, nel segno di una solida continuità con la tradizione, ma con un atteggiamento molto meno scopertamente di supporto alle grandi compagnie di distribuzione statunitensi ed europee, le quali avranno meno titoli da lanciare e meno divi da dare in pasto alla stampa. Quanto alla linea del colore, attraversa come di consueto tutto il cartellone, accompagnata stavolta però dalla presenza di un paio di autori africani.
Si comincia con la competizione, che schiera tra gli altri due titoli sensibili: anzitutto Yelling to the Sky, che annunciammo qualche tempo fa. Diretto dalla debuttante nera Victoria Mahoney, allieva di Shelley Winters all’Actors Studio, questo dramma metropolitano è incentrato sulla lotta per la vita della 17enne giovane Sweetness (interpretata da Zoë, figlia di Lenny Kravitz), costretta ad affermarsi contro la violenza della boss del quartiere (la Gabourey Sidibé di Precious), a costo di diventare una bully spietata.
Da tener d’occhio anche Schlafkrankheit del tedesco (ma con studi in Francia e infanzia in Congo) Ulrich Köhler, una storia a cavallo tra Europa e Africa che gravita intorno a due medici africani, specializzati nella malattia del sonno ma che vivono con difficoltà questa doppia appartenenza a due mondi, tanto più che la figlia adolescente vive in Germania: nel cast, anche Hyppolite Girardeau.


State of ViolenceSposando idealmente scelte e gusti espressi dal Sundance, la Berlinale ripropone al pubblico europeo fuori concorso due titoli di punta dell’ultima edizione, che appartengono alla categoria del cinema del reale: Sing your Song di Susanne Rostock (Berlinale Speciale) è un omaggio doveroso e non retorico alla carriera di un grande performer come Harry Belafonte (presente anche il 14 febbraio con un imperdibile incontro al Talent Campus); mentre The Black Power Mixtape 1967-1975 (Panorama), dello svedese Goran Hugo Olsson, già premiato a Salt Lake City, è un viaggio nella memoria dei movimenti antagonisti come le Black Panthers, condotto con un doppio scarto, storico e geopolitico. Sempre in Panorama, l’aria di famiglia continua perché è di scena un altro omaggio sentito all’immensa Miriam Makeba, moglie del leader afroamericano Stokely Carmichael e grande amica di Belafonte, firmato da Mika Kaurismaki (Mama Africa).
Due dei titoli più attesi, per quanto ci riguarda, di questa edizione, sono nella sezione Forum. State of Violence, presentato in anteprima all’ultimo Festival di Durban, segna l’esordio alla finzione di Khalo Matabane, tra i più talentuosi filmmaker sudafricani, con quello che ha tutte le parvenze di un thriller morale: State of Violence, interpretato dal protagonista de Il mio nome è Tsotsi (Presley Chweneyagae), è la storia dell’ascesa e caduta di un uomo d’affari dalle origini popolari che al culmine del successo subisce il brutale omicidio della moglie.


Viva Riva!Anche Viva Riva! è un’opera prima, girata stavolta a Kinshasa, teatro del tentativo di un ambizioso gangster di scalare la gerarchia del potere criminale, impossessandosi di uno stock di benzina proveniente dall’Angola: dietro la cinepresa, il 39enne congolese Djo Munda wa Munga, con studi all’INSAS di Bruxelles.
Dalla capitale del Congo arriva pure Kinshasa Symphony (German Cinema), documentario sulla sua orchestra sinfonica firmato da Claus Wischmann e Martin Baer. Per chiudere, torniamo al Forum per sottolineare la presenza in cartellone di Territoire perdu, doc in bianco e nero e super8 del belga Pierre-Yves Vandeweerd (autore dell’apprezzato Le Circle des noyés) dedicato alla lotta del popolo sahraui contro la repressione dell’esercito marocchino e l’oblio del mondo. Anche Street Kids United, diretto dall’inglese Tim Pritchard, è un documentario sulla lotta per la sopravvivenza e la ricerca di riscatto, ma stavolta si tratta di un gruppo di ragazzi di strada e della loro voglia di giocare a calcio e gareggiare nella Street Child World Cup.


 [articolo a cura di www.cinemafrica.org]  

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