CINEMAFRICA - Tutti a testa in giù


A giudicare da quella che è stata la risposta del pubblico, "L’ombra del destino" di Pier Belloni non rientra nel novero delle miniserie che lasceranno una traccia significativa nella stagione televisiva in corso. A cura di www.cinemafrica.org

L'ombra del destino locandinadi Leonardo De Franceschi

 

A giudicare da quella che è stata la risposta del pubblico, L’ombra del destino di Pier Belloni non rientra nel novero delle miniserie che lasceranno una traccia significativa nella stagione televisiva in corso. La prima delle sei puntate, trasmessa su Canale 5 il 22 febbraio, è stata vista appena da 3.345.000 spettatori, con uno share del 12,15%, un risultato fortemente deludente per l’ammiraglia Mediaset, tanto da spingere i responsabile del palinsesto a una frettolosa riprogrammazione delle ultime quattro puntate su Rete 4 che ha aggravato la emorragia di spettatori fino a chiudere a poco più di due milioni di spettatori all’ultima puntata (8,01% share), superata persino da un episodio di CSI:NY.

 

Parto dai dati degli ascolti per cercare di ancorare le mie riflessioni da spettatore di fiction, distratto e incompetente, a una base oggettiva, ma metto subito in chiaro che, se parliamo de L’ombra del destino in questa sede non è, evidentemente, per ospitare un’analisi strutturale di questa miniserie, bensì, assai più limitatamente e in breve, per interrogarci sugli aspetti – sul piano diegetico, dei modi di produzione e rappresentazione – che ne consentono una lettura in chiave postcoloniale.

 

Se prendiamo in considerazione il plot, ideato tra gli altri da Ricky Tognazzi e Simona Izzo, non mancano gli elementi di interesse in tal senso. L’azione si svolge sull’immaginaria isola italiana di San Giorgio, in pieno Mediterraneo, ma gli sceneggiatori hanno innervato una sorta di secondo polo della diegesi proprio in Africa. È infatti proprio in un fantomatico paese dell’Africa del nord, nell’ultimo episodio denominato Tubia, che vive il principe Hassan Matoub (Ahmed Hafiene), il bad guy della storia. Già dalla prima puntata, infatti, ci si lascia capire che la catena di delitti che sta colpendo l’isola di San Giorgio e che ruota intorno a una tetra filastrocca cantata dai bambini ha a che fare proprio con il principe tenebroso, il quale segue a distanza lo svolgersi dell’azione, grazie a una sofisticata postazione multimediale in pieno deserto, e dando ordini a un fantomatico esecutore in loco che si scoprirà essere il dottor Antonio Principato (Antonio Cupo).

 

La filastrocca è una preghiera di invocazione a San Giorgio contro il drago, o per meglio dire il male, la cui manifestazione somma viene minacciata accadere al termine di una precisa serie di eventi miracolosi e terribili. Man mano che questi eventi, perlopiù a carattere delittuoso, cominciano effettivamente ad avere luogo sull’isola, l’indagine viene presa in mano dai due protagonisti, l’ispettore Lara Di Falco (Romina Mondello) e il commissario Pietro Montero (Adriano Giannini), subito complicata dal fatto – e qui sta la componente sentimentale della fiction – che tra i due c’è stata una storia, ma ora lei si ritrova suo malgrado catapultata dal continente sull’isola dove lui si è nel frattempo fatta una famiglia, sposato com’è con Teresa (Sabrina Garciarena) e con tanto di figlio, il piccolo Rocco (Lorenzo D’Agata).

 

L'ombra del destino_Adriano Giannini e Romina MondelloL’altro aggancio significativo, sul piano tematico, all’Africa, è rappresentato dalla leggenda all’origine della filastrocca, quella di un fantomatico popolo berbero scomparso, gli “uomini senz’ombra”. Come si disvela compiutamente nell’ultimo episodio, la Tubia, un piccolo paese con regime dittatoriale, avrebbe tra le sue leggende più temute proprio quella di questo popolo misterioso del deserto, la cui antica capitale, Atakem, viene considerata off limits da tutti gli abitanti in quanto chiunque vi si avventura non ne torna vivo. Scopriremo che dietro la gestione di questa leggenda c’è proprio il principe Hassan, che mira a impadronirsi del mitico tesoro degli “uomini senz’ombra” per impadronirsi definitivamente del potere: per arrivare al suo obiettivo, che passa per la ricomposizione di un antico piatto sacro, i cui frammenti sono in mano a tre diversi custodi sull’isola di San Giorgio, il principe non esita a cooptare Antonio, facendo leva su un rapporto di paternità d’adozione, e istigandolo a compiere una serie di delitti rituali che sembrano attualizzare la maledizione esorcizzata dalla filastrocca.

 

Come si comprenderà dal riassunto, pur sintetico ed ellittico, dell’intreccio, L’ombra del destino lavora su matrici narrative che ci riportano da un lato ai racconti esotico-coloniali primonovecenteschi e dall’altro, più indietro ancora, se si vuole, alla letteratura d’appendice francese. Tralasciando la componente sentimentale della fiction, che si trascina stancamente in una sorta di duello a distanza tra le due primedonne, Mondello e Garciarena, a colpi di ralenti e inquadrature leccate da spot di lingerie, quella mistery ha una consistenza più basicamente efficace, proprio perché lavora su un immaginario familiare – quello delle civiltà fantastiche scomparse, come Atlantide, che ha dato da vivere a decine di artigiani della narrativa esotica, dalla pagina scritta allo schermo – ma si sviluppa secondo un’architettura narrativa farraginosa e si innerva su una costruzione dei caratteri assai rigida, con picchi di monodimensionalità da fumetto per il principe Hassan e di psicologismo da reader’s digest per il dottor Principato.

 

La confezione stilistico-formale ha una tenuta assai diseguale. Se, per esempio, sul piano della scelta delle location e delle scenografie si poggia su un riconoscibile professionismo, e se l’orchestrazione dello score regala pagine quasi-horror interessanti – lavorando ossessivamente sul tema della filastrocca – il casting dei ruoli principali appare assai meno convincente, e la regia improntata a un regime di scrittura artificiosamente aggressivo e barocco, appesantito da ralenti e dolly del tutto gratuiti. Ma tutto questo conta in fondo poco, ai fini della nostra riflessione. Ci domandiamo, infatti, e qui sta la sostanza della questione, quale immaginario questa miniserie veicoli sull’Africa del nord e quale impatto possa avere avuto sugli attori e sui tecnici tunisini che hanno collaborato alla sua realizzazione. Sì, perché il film è stato girato proprio in Tunisia, da maggio a settembre 2010, e se guardando la miniserie avete avuto un effetto deja-vu forse è perché la strada centrale del paese assomiglia troppo a quella della Baaria di Tornatore da non essere proprio quella, ricostruita negli studios di Tarak Ben Ammar. (Proprio lui, l’amico arabo di Berlusconi, che ha accolto da “ambasciatore aggiunto” Frattini e Maroni venuti il 25 marzo a comprarsi la complicità del nuovo governo tunisino per la loro politica sulle migrazioni…)

 

L'ombra del destino_Ahmed Hafiene Circa l’immaginario, qui basti dire che si continua sostanzialmente a rimestare nel calderone dell’esotismo da feuilleton orientalista caro anche a Spielberg e Lucas (anche Guerre stellari e I predatori dell’arca perduta sono stati girati in Tunisia…), tra regimi dittatoriali immaginari, tuareg fascinosi dai veli blu e occhi bistrati e disponibili baiadere da harem che all’occorrenza si rivelano ottime assassine all’arma bianca. Sarebbe interessante chiedere ai diversi attori coinvolti nel cast artistico quale ricordo hanno conservato di questo set, non solo a Ahmed Hafiene ma anche a Mohamed Graia (Khorma), che interpreta nel primo episodio il serial killer Fante e il suo gemello minorato Giulio, a Lotfi (Making of) che sempre nel primo episodio è un giovane tatuatore gay. E a tutti gli altri, Mohamed Kouka (Licio Principato), Samya Abbary (Samira), il caratterista arabo che interpreta il commissario onesto e disilluso dell’ultimo episodio cui ancora non sono ancora riuscito a dare un nome (ah, i titoli di coda tagliati dopo mezzo secondo…). L’elegante Hichem Rostom, che incarna il piccolissimo ruolo di un archeologo, ha la fortuna di comparire praticamente in un’unica sequenza, dalle singolari risonanze metadiscorsive, pronunciando una memorabile battuta finale che suona qualcosa come: «Credo che vi siate rivolti alla persona sbagliata».

 

Eppure, a giudicare dall’intervista recente concessa una testata on-line, Hafiene – che parla anche dell’ultimo film, Il professore, terminato da poco di girare in Tunisia con Mahmoud Ben Mahmoud – descrive con calore il clima di lavoro sul set tra italiani e tunisini e riesce persino a cogliere nel proprio personaggio e nella scelta stessa di girare in Tunisia la volontà di rompere i cliché delle fiction italiane. Sono dichiarazioni che fanno pensare. Non c’è dubbio che girare in un paese del sud, portandosi dietro armi bagagli attori e comparse e inscenarvi una storia calata da un altro immaginario – come ha fatto lo stesso Tornatore in Baaria, e tanti altri prima e dopo di lui – è una scelta discutibile anche sul piano dei modi di produzione, malgrado sia logico immaginare che decine di tecnici e maestranze tunisini abbiano lavorato sui set così da farci pensare a un indubbia ricaduta sulla microeconomia locale. Ma anche scritturare attori di primo livello di una cinematografia del sud in ruoli infimi e perlopiù confinati a un ben noto catalogo di tratti archetipici deprivanti non rappresenta un’opzione assai preferibile.

 

[articolo a cura di www.cinemafrica.org]

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Sono presenti 1 commenti
 
  1. Premesso che rispetto l'antipatico lavoro dei critici, ma non sono affatto d'accordo con la sua analisi.
    La sua posizione intellettuale non lascia alcuno spazio al cuore. Quella fiction anadava assaporata, vissuta, persino in quei silenzi e quei slow motions che lei ha criticato. Ma il mondo di oggi è fatto di azioni, fretta e volgarità.
    Lei non ha fatto altro che disegnare ciò che chiede la maggior parte del pubblico. Ma un consiglio glielo vorrei dare: lasci perdere la politica.
    Ne abbiamo fin sopra i capelli di gente che si erge a giudice, di comici che costruiscono i loro copioni con battute scontatissime sulla politica. Forse il popolo italiano è fatto, non solo di santi, eroi artisti, ma di tecnici della politica e del calcio.
    Saluti

    Inviato da Carlotta il 16/04/2011
 

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