CINEMAFRICA - Cinema italiano e migrazione: ossessione o necessità?
Dopo gli articoli apparsi su Le Monde e La Repubblica, ecco una breve riflessione sulla presenza dell’immigrazione nei film italiani a Venezia 68, da Guido Lombardi a Emanuele Crialese
di Maria Coletti
Datano 12 settembre due interessanti articoli – a nostro avviso anche alquanto singolari – apparsi su Le Monde e La Repubblica a proposito del tema dell’immigrazione nel cinema italiano, a partire dai titoli presentati a Venezia.
A lanciare la sfida, l’articolo francese firmato da Jacques Mandelbaum e Philippe Ridet, i quali sottolineano con grande sorpresa il grande numero di film italiani presentati a Venezia che affrontano in qualche modo – quale che sia il loro genere o la loro collocazione festivaliera – il tema dell’immigrazione e del rapporto con l’altro, tanto che si può quasi parlare a detta degli autori di un genere a sé. Alla riflessione dei due critici francesi fa eco l’articolo di Ilvo Diamanti, che però approfondisce a ragione il tema dell’enorme divario fra la politica governativa, la rappresentazione mediatica e la percezione comune rispetto al tema immigrazione.
Considerata l’attenzione che da sempre sulle pagine di Cinemafrica dedichiamo alla rappresentazione cinematografica e più in generale audiovisiva della migrazione, nelle sue varie sfumature e accezioni, non mi pare inutile riprendere alcuni spunti dei due articoli, soprattutto di quello francese, per evidenziarne mancanze e punti deboli.
Quello che mi sembra inappropriato e comunque non del tutto corretto è innanzitutto la scelta di titolare su Le Monde con “L’immigré, vedette américaine de la Mostra de Venise” (L’immigrato, star americana della Mostra di Venezia) un articolo in cui gli autori sembrano vedere negativamente o comunque come una strana consuetudine italiana la scelta di narrare storie legate alla migrazione, come se questo tema ossessionasse letteralmente i nostri registi. Provate a sostituire “immigrato” con un’altra qualsivoglia categoria sociale, magari considerata minoranza, e vedrete che il titolo in apparenza così innocuo o magari divertente diventerà improvvisamente politicamente scorretto, se non razzista o qualunquista. Ma la cosa che colpisce di più è come i due giornalisti ribadiscano più volte un eccesso di presenza cinematografica dell’argomento immigrazione.
Bisogna riconoscere che Mandelbaum e Ridet non mancano certo di sottolineare l’evidente contraddizione o scollamento fra il cinema e la politica in Italia, riferendosi alle misure xenofobe prese negli ultimi anni dal governo italiano e mettendo in parallelo l’eccesso mediatico con l’eccesso politico (l’utilizzo a fini propagandistici e politici della paura dell’altro, meglio se extracomunitario o clandestino). E non sono da meno nel ricordare come la criminalità e le emergenze degli sbarchi siano ogni giorno sbandierate nei media italiani, mentre alcuni fatti di cronaca gravi ed epocali (come la strage di Castelvolturno o le rivolte in Calabria) non abbiano sollevato un vero e proprio dibattito.
Peccato però che, nella foga di questa critica un po’ ambigua e cerchiobottista sui film italiani a Venezia, ai due sia sfuggito proprio un film rivelazione come La-bàs di Guido Lombardi, ispirato guarda caso ai fatti di Castelvolturno. Oppure un film come Io sono Li che lavora di meno sull’emergenza e più sulla convivenza (il cinema “black blanc beur” che sembrano augurarsi i due critici)…
Forse è in parte vero che questi film, come scrivono i francesi, ci rimandano l’idea di un “paese in cui l’arrivo degli alieni (stranieri) equivale insieme a una punizione e a una redenzione”, ma i due giornalisti, anziché cogliere in ciò un interessante spunto di riflessione sulla realtà italiana espressa dal suo cinema, non fanno che appiattire il cinema sull’universo mediatico e politico italiano, riconoscendo al limite solo la voglia di riscatto dei cineasti italiani, come se “il cinema italiano possa salvare l’onore del proprio paese”. Fermo restando che sarà poi sempre la commedia (simboleggiata da Che bella giornata di Checco Zalone) a vincere al botteghino…
A queste considerazioni poco approfondite e un po’ folkloristiche sul nostro cinema e sul nostro paese risponde con dovizia di dati e cifre l’articolo di Diamanti su La Repubblica, con un titolo più corretto e più emblematico ("Quei film sugli immigrati nel Paese di Terraferma"), a sintetizzare una giusta riflessione sul vero paradosso italiano: la contraddizione fra il cinema (e la realtà) in movimento e la politica immobile.
Come precisa il giornalista, nella scelta dei film italiani conta “l’intento di sfidare il Pensiero Unico veicolato dai media e propagandato dal populismo di destra – influente nella maggioranza di governo. La Paura dell’Altro come tema per conquistare il consenso – e l’audience”. Per rendersi conto di quanto scrive Diamanti, basta scorrere i dati dell’Osservatorio Europeo sulla Sicurezza 2011, frutto di un’indagine sulla rappresentazione sociale e mediatica della sicurezza e sulle priorità dei cittadini e quelle dei Tg in Italia, Francia, Germani, Gran Bretagna e Spagna. Dalla mole di cifre ed informazioni che invitiamo a consultare (http://www.demos.it/a00614.php) , giustamente il giornalista evidenzia due aspetti.
Innanzitutto “l’Italia è il paese dove le rivoluzioni nordafricane e, soprattutto, l’intervento in Libia hanno avuto maggiore impatto. Con la differenza che altrove, in Europa, questi avvenimenti sono stati trattati come fatti ed episodi di guerra. Mentre in Italia sono stati affrontati, in modo specifico, dal punto di vista dell’immigrazione. O meglio (forse: peggio), dell’invasione”. L’altro aspetto non meno interessante è quello della “sicurezza”, in cui il divario fra informazione televisiva e percezione della popolazione è lampante: “Si tratta di una conferma della costruzione politica e mediale dell’insicurezza, che induce ad enfatizzare la paura degli altri e a ridimensionare l’incertezza per motivi economici e (dis)occupazionali”. Insomma, conclude Diamanti, siamo tutti noi italiani a sentirci in questo periodo storico spaesati e stranieri a noi stessi, “sperduti e spaesati nel Paese di Terraferma”.
Quello che è mancato a mio avviso all’intervento di Diamanti sulla Repubblica è la capacità di riportare il discorso, dopo una doverosa riflessione sociologica e mediatica, al campo del cinema, ricordando ai colleghi francesi che saper narrare la propria realtà – anche a prescindere e spesso contro il potere politico o pensiero unico dominante – è stato ed è da sempre uno dei compiti e delle aspirazioni principali dei cineasti. I famosi “panni sporchi”.
Semmai possiamo parlare, questo sì, di film più o meno belli, più o meno riusciti. Di luoghi comuni e stereotipi oppure al contrario di storie e immagini che ci conquistano per la loro verità, per lo “splendore del vero”, o per la capacità di saper immaginare e creare per ogni singolo spettatore un paese diverso. La propria patria.
In Europa, e in Francia in particolare, il “cinema del métissage” ha spopolato, soprattutto negli anni Ottanta e Novanta, ma nessuno si è sognato di parlare di “eccesso”.
E’ vero. L’Italia è un paese profondamente mutato negli ultimi trent’anni, ed è divenuto, fra le altre cose e dopo altri paesi europei, un paese di immigrazione e un paese di “seconde generazioni”, di “nuovi italiani”: due cose che non sono affatto divenute scontate e date per acquisite, anche se nelle nostre scuole sono bambini italiani di tanti colori a cantare l’inno di Mameli (http://www.youtube.com/watch?v=LHB74fY7rVg).
E’ per questo che c’è bisogno anche di (tanti) film che ci mostrino questa Italia. E molti recenti documentari italiani proprio dedicati alla scuola non hanno mancato di sottolinearlo.
Del resto, di fronte all’emergenza, questa sì, di almeno 17.738 giovani morti dal 1988 ad oggi, tentando di espugnare la Fortezza Europa, dei quali 1.931 soltanto dall’inizio del 2011 (dato aggiornato al primo agosto 2011 sul blog Fortress Europe), non si può certo parlare di eccesso se una decina di film del 2011 affrontano il tema dell’immigrazione.
Dieci contro 1.931: se la vita di ogni uomo ha valore, non basterebbe un’intera cineteca a pareggiare il conto. Forse più che di ossessione si dovrebbe parlare di necessità.
[Maria Coletti, articolo a cura di www.cinemafrica.org]
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