CINEMAFRICA - "Tahrir. Liberation Square"
Presentato a Villa Medici l’ultimo documentario del cineasta palermitano: un diario audiovisivo sui diciotto fatidici giorni che hanno rovesciato il destino dell’Egitto. Non nuovo a esperienze di filmage estremo (Palazzo delle aquile, Piombo fuso, Primavera in Kurdistan), Savona ha scelto di offrire al pubblico un’esperienza immersiva nello spazio immenso e nel prosieguo sempre più affollato di Tahrir Square, senza peritarsi di offrirgli coordinate storico-contestuali
Dopo essere stato presentato con successo a Locarno, Tahrir-Liberation Square, ultimo documentario del filmmaker palermitano 42enne Stefano Savona, è arrivato anche a Roma, prima all’interno di una rassegna curata da Internazionale al Palazzo delle Esposizioni e quindi in una tre giorni dedicata da Villa Medici alle primavere arabe. Il film, proiettato alla presenza del regista, un asistematico ma vibrante taccuino audiovisivo sui diciotto fatidici giorni che hanno rovesciato il destino dell’Egitto, ha contagiato il pubblico in sala, visibilmente coinvolto, tanto da partecipare con calore al dibattito che ha seguito la proiezione. Una prima versione breve del documentario è stata già trasmessa a giugno su Rai Tre (che ha coprodotto il film, insieme alla Picofilms di Savona e a Dugong), col titolo I ragazzi di piazza Tahrir, ma quella lunga e definitiva forse in Italia non supererà il circuito dei festival, pur essendo stata acquistata in Francia per essere distribuita in sala, a partire dal 25 gennaio.
Non nuovo a esperienze di filmage estremo (Palazzo delle aquile, Piombo fuso, Primavera in Kurdistan), Savona ha scelto di offrire al pubblico un’esperienza immersiva nello spazio immenso e nel prosieguo sempre più affollato di Tahrir Square, senza peritarsi di offrirgli coordinate storico-contestuali: lo stesso uso delle didascalie, contenenti riferimenti al giorno delle riprese, sono assai sporadiche. E lo fa pedinando, talora letteralmente, Nora, Ahmed, Elsayed, una ragazza e due ragazzi sulla ventina, che si sono ritrovati come tanti sulla piazza, aderendo all’appello di una pagina di Facebook e sull’esempio della rivoluzione tunisina, per poi realizzare che con il loro stare insieme stavano scrivendo un pezzo di storia. È commovente vedere questi e altri ragazzi di Tahrir Square mentre fanno palestra di democrazia, confrontandosi sui veri obiettivi della rivoluzione, identificando i suoi nemici, immaginando scenari futuri, addirittura provando a buttarla giù su due piedi, una bozza di costituzione del nuovo Egitto. Si parla dell’insidia di uno stato confessionale, antico sogno dei Fratelli Musulmani che infatti sono in piazza anche loro, vestiti all’occidentale, e blandiscono i manifestanti.
Ma tutto intorno a loro la folla monta. Ed è un popolo straordinariamente compatto, vivace, incontenibile nella sua energia, sempre pronto ad unirsi agli slogan in rima improvvisati dall’oratore di turno. Il secondo teaser del film, visibile su You Tube, presenta alcuni di questi momenti eccezionali di creatività poetica, intrisi di ironia e istrionismo, travalicanti dal singolo a una collettività che si fa corpo unico, grido che da una flebile e spesso consumata voce si espande fino a diventare coro. In questi momenti, peraltro, si respira a tratti il sentire comune che lega l’Egitto non solo alla Tunisia – il coro "il popolo vuole che cada il regime" viene da Tunisi, e qualcuno cita Abou el Kacem Chebbi, poeta nazionale tunisino – ma a tutti quei paesi, dal Maghreb alla penisola arabica, che stanno lottando per abbattere regimi autoritari pluridecennali. Contro questo popolo che, insidiato dall’abile eloquio di Mubarak, si ribella davanti alla sua chiusura nei confronti della piazza, agitando nell’aria le scarpe e gridandogli di andarsene, il rais reagisce rabbiosamente scagliandogli contro alcune centinaia di provocatori prezzolati, pronti a fare incursioni sanguinose e lanci di sassi in mezzo alla folla. Si apre così il passaggio più concitato e drammatico del film (ripreso nel primo teaser), in cui Savona si lascia alle spalle i suoi tre ragazzi e si butta nella mischia, laddove saettano pietre dal cielo mentre le donne martellano ritmicamente con bastoni e spranghe per far sentire la loro vicinanza.
Ma è l’unico momento in cui Savona si concede una macchina a mano nervosa e aggressiva, davanti all’accorrere dei corpi sanguinanti dei manifestanti o avvicinandosi al volto spaurito di due controrivoluzionari - uno scarcerato appositamente - assoldati dalla polizia di Mubarak. Per il resto, lo sguardo è partecipe ma fermo, lucido, talvolta sovraordinato da una impaginazione (audio)visiva che passa dalle visioni d’insieme in profondità di campo (relativamente contenute) a piani ravvicinati in fuoco stretto, che danno dignità di personaggi a volti magari appena incrociati, e da passaggi frammentari (assimilabili a sequenze di montaggio) a piani sequenza, usati spesso a seguire i momenti più forti di questa dialettica ludico-civile tra anonimo corifeo e coro. Curiosamente, ma non troppo, l’unica apparizione di una sorta di leader, il blogger Wael Ghonim, che compare sulla piazza, liberato dopo undici giorni di detenzione, conferma indirettamente il carattere radicalmente spontaneistico e orizzontale del popolo di Tahrir Square: da un microfono che a malapena funziona, Ghonim fa appena in tempo a soffocare le esaltazioni dei vicini e a gridare a tutti i presenti che sono loro gli eroi.
Eroi. Ed eroine. Come ha raccontato il regista alla fine del film, Tahrir si apre sulle immagini riprese da Noa col cellulare nei primissimi giorni di manifestazione. L’occhio del regista, seguendo Noa, ci mostra spesso altre ragazze, che girano perlopiù coperte da foulard come lei, anche se non mancano donne con velo integrale, né altre – giovanissime – a capo scoperto. Ragazze di questa rivoluzione e ragazze della rivoluzione di Nasser (che campeggia in un cartellone agitato da un manifestante) si danno la mano: in una delle immagini più cariche di significato del film (vedi foto) una vecchia sfila con la foto in bianco e nero di quella che dev’essere la nipote, uccisa verosimilmente nei primi giorni della rivoluzione, e una scritta che dice “Il sangue dei martiri vi costerà caro”. Sono queste donne in lotta che, indipendentemente dall’orientamento politico e religioso, agiscono il medesimo spazio pubblico degli uomini, partecipano ai dibattiti e ai cori, sembrano reclamare un inedito protagonismo. Il film si chiude proprio sul richiamo accorato e straziante di una ragazza che, all’indomani dell’ubriacatura di gioia seguita alla notizia delle dimissioni di Mubarak, incita gli altri a non smobilitare, perché niente è ancora acquisito, il potere rimane nelle mani dei militari e il rischio di un colpo di mano è sempre presente. Un’immagine che anticipa profeticamente le profonde incertezze e contraddizioni in cui si dibatte tuttora la rivoluzione, in Egitto come in Tunisia e in Libia, ma contiene un segno di speranza forte, esprimendo la convinzione che quante e quanti si sono battuti con coraggio e determinazione per liberarsi da un padre-padrone che sembrava irremovibile, non si lasceranno tanto facilmente ingannare da chi sta gestendo questa delicata fase di passaggio tra il vecchio e il nuovo.
[articolo a cura di www.cinemafrica.org]
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