"Se una cosa non è bianca o nera, che vada all'inferno!": 100 anni di John Wayne

Il 2007 è il centenario della nascita di Marion Robert Morrison, al secolo John "The Duke" Wayne, il più popolare divo di Hollywood. Stile di recitazione istintivo, formazione non professionale e oltre 150 film, molti memorabili, soprattutto western e bellici. E che qui ricordiamo con l'introduzione al volume di Anton Giulio Mancino edito dalla Gremese

American Wayne of Life

 

di Anton Giulio Mancino

 

"Come ha fatto a riconoscermi?". Mi hanno detto che doveva arrivare qualcuno leggermente più piccolo della Statua della Libertà!", si sentiva rispondere dalla giovane collega britannica il poliziotto John Wayne in Ispettore Brannigan, la morte segue la tua ombra (Brannigan, 1975). Più che una battuta di spirito si trattava di una semplice constatazione. Nessun attore hollywoodiano s'era mai compenetrato tanto nei personaggi interpretati, che tramandarono al pubblico di tutto il mondo la leggenda e il modello di vita americani: uomini schietti, liberi e vigorosi, dietro cui si intuivano profonde contraddizioni, antichi dilemmi culturali e questioni storiche irrisolte. Deciso e impacciato, sprezzante e timido, svagato e innocente, rude e gentile, cocciuto e tollerante, solitario e familista, misogino e innamorato delle donne, fiducioso e preoccupato del futuro, laconico e predicatorio, rigido e dinoccolato, apolitico e politicizzato fino ai denti, isolazionista e interventista, John Wayne abbracciava i pro e i contro di una nazione il cui slancio ideale procedeva di pari passo con una tradizione conflittuale e oppressiva. Cercò sempre nei suoi film di ricucire le divisioni interne, migliorarne l'immagine all'esterno e ribadire la fede nei valori patriottici che sentiva il dovere di rappresentare.

"Sono un investimento. Cerco di proteggere tale investimento", disse una volta. Nessun mistero ("Se una cosa non è bianca o nera, che vada all'inferno!", nessuna implicazione psicanalitica nei personaggi ("Non s'è mai visto un cowboy sul lettino dello psichiatra. I lettini servono a una cosa sola"), né rivelazioni eclatanti sulla sua vita. Il soprannome era "Duke", lo stile di recitazione istintivo, la formazione non professionale e la vera biografia gli oltre centocinquanta film, molti memorabili, soprattutto western e bellici. Gli si addiceva l'inconfondibile parte di duro, rustico e coraggioso bastardo incallito fumatore e bevitore tra i più noti di Hollywood ("Non ho mai creduto a un uomo che non bevesse"). Non esisteva un Duke Wayne diverso dall'eroe americano al quale aveva legato la fama, subordinato il privato e desunto atteggiamenti e convinzioni. "A un regista chiedo solo quale cappello indossare e da quale porta entrare". Proprio così. Henry Hatahaway, che con sei film all'attivo era l'autore prediletto dopo John Ford e Howard Hawks, lo conosceva molto bene: "E' stato una di quelle star molto rare, nate attori. Quello che era sullo schermo, lo era anche sulla vita... Non si dirigeva John Wayne. Leggeva il copione, poi iniziava. Non abbiamo mai litigato. Ci incontravamo come i due elementi di un ponte costruito su un fiume. Una volta, quando gli feci un'osservazione sull'intonazione si una sua battuta, mi gridò: "La dica lei stesso". E lo feci. Sorridendo ribatté: Allora è così che le piace, signor Hatahway!". Più tardi ha tenuto a scusarsi davanti alle cinquanta persone dell'equipe, precisando: "L'ho insultata in pubblico, voglio scusarmi in pubblico". Così era John Wayne: Franco e grande. Durante le riprese utilizzava sempre le sue armi e i suoi vestiti. Era se stesso".

Il tipico abbigliamento wayniano consisteva in un gilet di pelle marrone, una camicia a doppio petto, un braccialetto d'oro ricevuto in Vietnam, gli stivali nei pantaloni, la fondina sulla natica destra e una fibbia di metallo per cintura con incisa la "D" di Dinson tra due linee ondulate, simboleggianti un fiume, regalatagli da Hawks come ricordo del protagonista de Il fiume rosso (Red River, 1948). 

E' stato probabilmente il più popolare divo di Hollywood e la sua fama gli è sopravvissuta. Ma gli intellettuali, specialmente i sedicenti progressisti e l'elite di sinistra, non gli hanno perdonato i pesanti orientamenti politici e la vocazione per i film commerciali, solo occasionalmente "artistici", anche quando la sua carriera era all'apice. Il cinema restava per lui una forma di primordiale intrattenimento senza grandi pretese ("Ho fatto più filmacci di chiunque altro in questo mestieri"), e il successo la dimostrazione della giusta strada imboccata, da riconfermare, se possibile, all'infinito. "Nei miei film cerco di ricordare che la gente spende i propri soldi al botteghino per rilassarsi e divertirsi. Perciò mi piace offrire loro cose semplice e che si possano considerare decenti". Spontaneo e coinvolgente come Gary Cooper, Spencer Tracy e James Stewart,Wayne, più di loro, era convinto di far sul serio, troppo sul serio.

Nonostante due sole e chiacchierate regie, La battaglia di Alamo(The ALamo, 1960) e I berretti verdi (The Green Berets, 1968), il Duca esercitò presto un controllo sulla produzione  si circondò di collaboratori, dalla troupe al cast, che assicurassero continuità e coerenza alla sua immagine, come se l'autore implicito di tutte le pellicole fosse stato sempre e solo lui. Il "clan" wayano, come lo definì Budd Boetticher, oltre ai maestri Fordi, Hawks, Hathaway, Willian Wellman, Michael Curtiz e Raoul Walsh, comprendeva in testa a tutti James Edward Grant ("Wayne è una persona molto semplice e schietta, e sembrava pensare che Grant fosse l'unico uomo che potesse scrivere le parole  nel modo in cui lui doveva pronunciarle", disse Allan Dwan), che dal 1947 al 1964 fu quasi il suo sceneggiatore fisso, oltre ad esperti di B movies, gente di sicuro mestiere. Tra questi Joseph Kane, Gorge Sherman, Gorge Waggner, Edward Ludwig, Burt Kennedy, Joh Farrow e Andrei V. McLaglen ebbero più di un'occasione di dirigerlo, scrivere per lui o vedersi prodotti I film. C'erano pii gli attori Ward Bond, Mauren O'Hara, Grant Withers, Jack Pennick, Paul Fix, Chill Wills, HankWOrden, Bruce Cabor, Harry Carey jr. e suo figlio Patrick Wayne, gli stuntman Yakima Canutt e Chuck Robertson, nonché i musicisti Dimitri Tiomkin, Roy Webb, Victor Young ed Elmer Bernstein e gli operatori William Clothier, Achie Stout, ted McCord e Winton Hoch.

Registi, comprimari, tecnici e sceneggiatori rappresentavano una variabile indipendente dell'universo wayniano. Da costoro pretendeva circostanze e personaggi in tutti e per tutto autobiografici o  autoreferenziali.  Un suo profilo, al di là dello stesso film, lo tracciava il vecchio Graile  (Nehemiah Persoff) ne I comanceros (The Comancheros) Michael Curtiz, 1961): "Nel dover sceglier un uomo, il buon senso consiglierebbe quello grasso e brutto e non quello bello. Ha sulla faccia i contrassegni chiari del suo carattere:quel naso che a suo tempo qualcuno ruppe, le cicatrici sulle sopracciglie, tutto mostra che in passato ha imposto o tentato di imporre la sua volontà agli altri. E' evidentemente un uomo molto volitivo".

Perché i western e i film di guerra? La regola di vita del John Wayne cinematografico combaciava con le situazioni straordinarie ed estreme, in cui si rendevano indispensabili decisioni immediate, volontà, attitudine al comando e obbedienza. L'impazienza di agire o il bisogno di muoversi e fare, implicitamente, qualcosa per gli altri,anziché poltrire e accontentarsi della tranquillità e del benessere raggiunti, erano l'essenza di un puritanesimo riveduto e corretto dal tramonto dell'orizzonte ottocentesco, dallo spettro della miseria, della Grande Depressione, dei totalitarismi e dei conflitti mondiali. Misantropo pistolero o militare di carriera, marito fedele o padre integerrimo,  non poteva esimersi dal proteggere gli indifesi,liberare la città o la comunità da ribaldi e profittatori. Con la differenza che a cose fatte lui non abbandonava la scena, non scompariva all'orizzonte. Restava lì, si integrava e assumeva un ruolo di spicco all'interno delle neonate istituzioni. Lo si ritrovava spesso nei panni del capo o dell'uomo d'ordine, dirigente, sceriffo o alto ufficiale. Se nei western classici la parabola dell'eroe selvaggi e solitario si esauriva alle soglie della civiltà e del matrimonio, il Duca al nuovo assetto aveva finito per aderire, anche se da irriducibile fuoriclasse, duro e intrattabile bastian contrario: mentre la legge sostituiva l'anarchia, inevitabilmente il suo orizzonte pionieristico si traduceva in sciovinismo e conservatorismo, ove la norma, giusta o errata, andava accettate e rispettata.

La propensione reazionaria di John Wayne era triplice: nella recitazione, nel modo in cui il personaggio si rapportava agli altri, e nelle scelte politiche, come conseguenza e sistemazione ideologica di un comportamento individuale.  

 

 

 

MANCINO ANTON GIULIO
JOHN WAYNE
ISBN 8877422173 - € 25,82

Il volume "JOHN WAYNE" può essere ordinato sul sito della Gremese Editore

www.gremese.com   

 

 

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