"Di attuale in Wayne c'è il senso di non appartenenza alla Storia, il rifiuto e, se si vuole, la delusione verso la Storia." - Intervista ad Anton Giulio Mancino, biografo italiano di John Wayne
Uscito nel 1998 da Gremese Editore, il volume su John Wayne di Anton Giulio Mancino è ancora oggi il più significativo saggio/percorso storico-critico pubblicato nel nostro paese su quello che è stato un autentico mito americano. Qui l'autore ci racconta il personaggio, l'icona, i suoi film e la celebre inconfondibile camminata...

Cento anni di John Wayne. Cosa ha rappresentato per la storia del '900 l'icona di John Wayne?
L'icona wayniana ha rappresentato una straordinaria e suggestiva idea di "anacronismo". Wayne ha espresso il bisogno di sinergia e la preoccupazione per una crisi materiale e morale, risalente alla Grande Depressione, fuori dall'arco storico-cronologico in cui questo bisogno e questa preoccupazione erano nati. Attraverso quest'ottica da Grande Depressione il personaggio-attore-autore ha interpretato gli eventi storici successivi. Idealizzandoli. Sognandoli. Genuinamente, sinceramente. Anche ingenuamente. Cogliendo però in questo scarto tra Mito e Realtà un senso di disagio personale, politico e culturale, da conservatore che cercava di conservare qualcosa, un senso dell'essere americano, che non c'era più e - forse - non era mai stato così come lui immaginato, costruito e portato avanti - nei film - per decenni. Per lui il West e la Frontiera vengono riletti alla luce delle necessità imposte dal New Deal, e il New Deal si proietta e prolunga nella Seconda Guerra Mondiale. E i modelli epici-eroici-etici della Seconda Guerra Mondiale, sempre anacronisticamente e sentimentalmente, vengono trasferiti su scenari ben diversi come la Guerra Fredda e il Vietnam. Senza soluzioni di continuità. Un'icona dunque di un tempo mitico, immobile, metastorico dentro un divenire infido, sleale, menzognero. Che a lui non piaceva e lo faceva, appunto, sentire fuori posto perennemente: il risultato, sintomatico, di questo straniamento sono la misoginia, l'isolazionismo, l'anticomunismo, il sentirsi perennemente uomo d'azione (anche nell'epoca della politica), dunque cowboy, soldato, campione sportivo, direttore di circo, poliziotto... Un uomo d'ordine anziano dentro insomma, alla ricerca - come Re Artù o Parsifal - di un'armonia perduta, vagheggiata, ricevuta - come pura leggenda tardo ottocentesca-primo-novecentesca - in eredità.

Wayne non proveniva dalle scuole di recitazione, e non è mai stato un modello da studiare. Ma, oltre la sua forza di "personaggio" e "star", sono riscontrabili nella sua recitazione degli elementi anche di "tecnica", che lo caratterizzavano professionalmente?
La tecnica wayniana era tutt'uno con la personalità, l'esperienza umana, le convinzioni. Il "metodo" consisteva nella reazione all'altro, agli eventi, alle parole (intese come ingombrante sovrastruttura intellettuale), all'inazione. Come tutti i grandi attori, pur non avendo una scuola alle spalle, aveva capito che recitare voleva dire fare il meno possibile, togliere piuttosto che aggiungere, dunque reagire agli eventi e non agire - gigionescamente - per primo. Lasciare che lo spettatore attendesse la sua mossa, di risposta. Che puntualmente arrivava. Provocata, non costruita.
La camminata di John Wayne. Perchè è diventata celebre, che aveva di così esclusivo?
La camminata rappresentava, senza studio né affettazione, la pesantezza dondolante del mito che si protrae nel tempo storico. Con fastidio, con sprezzatura, con degnazione. Dovendolo fare per gli altri. Non per se stesso. Come se ad ogni passo volesse dire "Ho fatto il mio tempo!" (per citare una significativa battuta di Sylvester Stallone in "Rambo III", film che - come i "Berretti verdi" trovo adorabilmente brutto, interessante e commovente).

Oltre ai grandi capolavori come Sentieri selvaggi, Un dollaro d'onore, L'uomo che uccise Liberty Valance, puoi indicarci tra i 33 titoli * previsti nella collana edita dalla De Agostini, almeno 5 titoli che andrebbero assolutamente recuperati alla visione?
Cinque titoli sono davvero pochi. Almeno per come la vedo io, 33, tantissimi, sono pochi. Mi spiego: ho sempre considerato l'opera wayniana nel suo complesso, con grandissimi film, grandi film e film minori tutti estremamente importanti per definire un gigantesco affresco simbolico, storico, ideologico (o anti-ideologico). In ognuno si coglie qualcosa, un elemento differenziale che equivale a una "piega" (per usare un concetto di Deleuze) che contraddice e conferma la continuità. Ho imparato molto vedendo tutti i film di Wayne. Ma ugualmente provo a indicare alcuni titoli in particolare: direi "Iwo Jima" di Allan Dwan e "Il Grinta" di Henry Hathaway (per il primo fu purtroppo solo candidato all'Oscar, col secondo invece - meritatamente - lo vinse), poi "El Dorado" e "Hatari" di Howard Hawks, naturalmente anche "Il massacro di Fort Apache" di John Ford e "La battaglia di Alamo" suo - di Wayne intendo - anche come regista (che tra l'altro in dvd viene riproposta in edizione integrale, se non sbaglio, dunque una rarità) e "I cowboys" di Mark Rydell. Sinceramente li considero tutti - come dicevo - importantissimi. Direi che 33 sono appena un buon inizio. Poi tocca recuperare gli altri 70 o giù di lì.
Cosa c'è di attuale, oggi, in John Wayne ed esiste un personaggio che nel XXI secolo può raccogliere la sua eredità?
Di attuale in Wayne c'è il senso di non appartenenza alla Storia, il rifiuto e, se si vuole, la delusione verso la Storia. Purtroppo esempi analoghi, nel panorama attuale, non ne trovo. Se parliamo però di attori-divi, immaginerei a una commistione tra gli antitetici eppur complementari Sylvester Stallone e Nick Nolte.
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"Di attuale in Wayne c'è il senso di non appartenenza alla Storia, il rifiuto e, se si vuole, la delusione verso la Storia." - Intervista ad Anton Giulio Mancino, biografo italiano di John Wayne Federico Chiacchiari (del 18/01/2007)
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