"La parte più difficile non è modellare l'identità di un festival ma intercettare il desiderio collettivo che è l'unica cosa che rende necessario un festival" - Intervista a Mario Sesti

Già tra i selezionatori della Festa di Roma, Sesti è stato secondo alcuni una sorta di "direttore ombra" (e futuro direttore?) della manifestazione romana. Nell'intervenire nel dibattito sui festival di cinema ribadisce l'originalità del percorso tracciato dalla Festa del Cinema e la necessità per gli operatori dei festival di saper "governare" i media

Cos'è cambiato nel panorama in cui si fanno i Festival? Cosa è rimasto della grande stagione dei Festival sviluppatasi negli Anni 70/80 sulla spinta dell'Associazionismo Culturale e dei Cineclub? E' ancora attuale? Per chi e perché si fanno oggi i Festival? A quale urgenza rispondono (se c'è ancora un'urgenza...)?

 

E' una domanda che vale già il coraggio di averla fatta: servono ancora i festival e a cosa? L'esperienza del cinema in sala è una esperienza ormai elitaria nella società attuale, eppure è uno dei valori di socializzazione ed esperienza di sé e degli altri, tra le più importanti e decisive del '900. Quante persone al di sotto dei trent'anni conoscete che vanno al cinema regolarmente? E quante, al di sopra dei quaranta, ci vanno ancora? Ho letto con interesse le altre puntate della vostra inchiesta ma non trovo questo punto decisivo. Esiste un problema di esistenza stessa della pratica del cinema, non porselo è un po' come pensare che gli ambientalisti siano degli esagitati apocalittici. Per queste ragioni, essere riusciti ad attirare nelle sale dell'Auditorium, con la Festa del Cinema un pubblico che sta tra le 150mila e le 300mila persone è un risultato culturale, nel senso che riafferma una delle culture più entusiasmanti e misteriose della contemporaneità: quella che celebra il desiderio di chi esce di casa e si reca in una sala buia a osservare in una situazione di semiabbandono immagini bidimensionali, al buio, circondati da sconosciuti. Chiunque si aggirava per l'Auditorium in quei giorni avrà visto quanti bambini e ragazzi c'erano la mattina: ecco, a cosa deve servire, innanzitutto un festival, a tener vivi l'emozione e il valore di una pratica che tecnologia e società hanno messo in minoranza. Io penso che prima che al mercato, e prima che alla guerra tra i Direttori di Festival, dovremmo pensare al cinema.

Il nuovo modello emerso dalla Festa del Cinema di Roma, con la sua forte impronta politico/spettacolare, nasce da un progetto politico preciso o è puramente espressione del mutato scenario culturale? Quanto ha modificato l'idea stessa della Formula Festival? E' un modello avanzato, popolare e moderno di uso del cinema oltre l'approccio cinefilo oppure, al contrario, è un uso del cinema arretrato, populista e fortemente televisivo/mediatico?

 

Quanto la Festa del Cinema abbia potuto mutare l'idea stessa di Festival, non sta a me dirlo (Tullio Kezich ha scritto che sarà difficile immaginare un nuovo festival senza tenere conto dell'esperienza della Festa), so solo che l'effetto di questa idea è stata terrorizzare un sindaco fino alla minaccia del revolver ma soprattutto far emergere una nozione che la comunità degli operatori del cinema rimuoveva dal almeno dieci anni: il concetto stesso di festival tradizionale è decisamente in crisi. Da questo punto di vista sono felice che Roberto Silvestri, nella vostra inchiesta, dica che la Festa ha avuto il merito di  "inserire i festival dentro un qualcosa di più vasto che non fossero soltanto le passioni degli appassionati di cinema". In realtà il nuovo modello della Festa del Cinema nasce innanzitutto da una felice esperienza di uso culturale del cinema all'Auditorium: provate a chiedere ai fratelli Coen o a David Lynch, a Spike Lee o a Milos Forman, a Jonathan Demme o a Sydney Pollack, o a Bertolucci, Bellocchio, Robert De Niro, Ellen Burstyn, Martin Landau, e a tantissimi altri, quante volte la televisione li abbia invitati a conversazioni pubbliche e incontri come i nostri, in cui parlare, con attenzione e accuratezza, del loro lavoro, del cinema, del rapporto tra ciò che hanno fatto con il cinema e la loro vita. Gli incontri pubblici di "viaggio nel cinema americano" o quelli italiani di "Duetto", le esperienze degli ultimi tre anni all'Auditorium che hanno consapevolmente affrontato una profonda riformulazione dei rituali cinefili del cineforum o del dibattito, sono stati i germi della nascita della Festa. Francesco Casetti l'ha chiamato "piccolo teatro di parola". Martin Scorsese, durante la Festa, ha tenuto una conferenza di più di un'ora e mezza sulla storia segreta del cinema (quella della sua distruzione, del deperimento della pellicola "Erano trent'anni che non facevo una cosa del genere" mi ha detto mezz'ora dopo e già al suo ritorno negli USA ha chiesto la registrazione video di tutto l'incontro). Non c'è niente del genere nella televisione italiana (e neanche fuori, a dire il vero). Non credo assolutamente, però, in un atteggiamento fondamentalista e ascetico, di puro fanatismo, credo invece si debba ricercare grazie al cinema un approccio diverso, più versatile, e trovare un modo più diretto, allegro e astuto per comunicare con i media, imparando ad utilizzare il loro linguaggio perché questo è l'unico modo di non subirlo. I media sono degli animali giganteschi dall'intelligenza molto limitata: basta pochissimo per portarseli a spasso - l'alternativa è finirne schiacciati o ignorati per secoli. Condivido questa idea - ne sono sicuro - con persone come Steve Della Casa e Alberto Barbera che, più di un decennio fa, a Torino, sono riusciti a imporre una nuova idea di Festival di tendenza che aggiornava in maniera decisiva il modello di Pesaro. Io credo che, nei momento migliori, la Festa abbia saputo portare l'attenzione dei media a favore del cinema e dei suoi autentici contenuti (vedi Scorsese, ma anche l'Actors Studio, l'incontro Bertolucci e Bellocchio, quello con Sean Connery). Un festival deve essere innanzitutto una schietta operazione critica, ovvero l'urgenza di qualcuno che, per fortuna o per talento, avvista qualcosa di fondamentale e di bello e la trasmette al più largo numero di persone. Solo allora si realizza la saldatura con il mercato. Alcuni esempi, per non lasciare questo dibattito al cielo immenso della teoria: Gianfranco Giagni ci ha ringraziato perché grazie alla Festa è riuscito a vendere il suo documentario in Francia, Costanza Quatriglio ha venduto il suo a Rai Tre, Alessandro Angelini ha più volte pubblicamente ricordato quanto il passaggio alla Festa sia stato decisivo per l'uscita dell'Aria salata. Insomma: il mercato è importante, ma non bisogna diventare impiegati dell'esistente cinematografico.

Quanto è proponibile e accettabile oggi, a livello politico, un modello di sviluppo culturale legato all'evento-festival che sia pura espressione delle istanze di ricerca artistica, della trasversalità degli immaginari, delle poetiche e delle istanze culturali provenienti dal "basso" e da realtà autonome, ovvero non legate direttamente con i centri della politica, delle istituzioni e dei canali di comunicazione di massa?

 

Uno dei punti di forza della Festa, a mio avviso, è stata  la selezione dei documentari presente in EXTRA. Ce ne erano almeno una decina di notevoli ( Fabrizio Grosoli e Sergio Fant sono stati decisivi nella ricerca): Black Gold è il più bel documentario sulla globalizzazione di quest'anno,  inesorabile e commovente; Deep Water, inedito mondiale - che ha vinto un premio che, per il momento, tra i festival non specializzati, ha solo la Festa: al miglior documentario, con una somma in denaro più che interessante -  è una storia pazzesca, herzoghiana, su di un discutibile inventore che si trasforma in navigatore e muore sulle coste del Brasile perché non ha il coraggio di rivelare la sua posizione arretratissima in una regata internazionale intorno al mondo. Mi sembrano proprio due esempi di un offerta "non legata direttamente con i centri della politica, delle istituzioni e dei canali di comunicazione di massa". La Festa ha una trasparente origine politica, nel senso che è chiarissimo, più di quanto succede in qualsiasi altro Festival, qual è la classe politica, gli uomini politici, il sistema di alleanze che hanno voluto darle vita. Da questo punto di vista è una forma di trasparenza che è condizione di correttezza: pensare che là dove non ci sia tale trasparenza non ci sia la politica, è davvero ingenuo. La politica c'è dietro qualsiasi Festival, perché non ce ne è uno solo che possa nascere senza contributi pubblici. Ma mentre in alcuni si insinua senza farlo vedere, nella Festa è molto evidente come "producer". Ciò non significa affatto che abbia suggerito alcuna scelta. Basta vedere la scelta dei film italiani (devo ricordare quale spaventosa ricerca di equilibrio ha sempre caratterizzato la presenza italiana a Venezia e quanto la politica l'abbia spesso condizionata ?): sono convinto - potrà suonare presuntuoso - che avessimo la migliore selezione di film italiani dell'anno (solo in concorso: L'aria salata, A casa nostra e, addirittura per la prima volta, un documentario, La strada di Levi). Capisco che qualcuno possa non essere d'accordo, ma nessuno può negare a questa selezione lo spirito indipendente, anticonformista, in alcuni casi sperimentale di tali prodotti. Ovvero: si può fare un Festival deciso dalla politica conservando la totale libertà delle proprie scelte.

Partendo dal presupposto che un festival è un organismo dispendioso, in che modo la politica può e deve intervenire sulla gestione del Festival? Qual è il limite all'autonomia di chi gestisce un festival e fino a che punto la politica in quanto amministratrice di finanziamenti pubblici può e deve intervenire sulla gestione diretta dei Festival? In altre parole: un festival si fa perché ci sono i finanziamenti o i finanziamenti servono a fare il festival? Viene prima l'identità del festival o quella dei committenti?

 

La politica può essere decisiva nella capacità di intervenire sul territorio, nella collaborazione alla trasformazione dei festival in iniziative che non siano necessariamente legate ad una tribù di filologi, nel reperimento di idee e risorse che non si trovano nel territorio che tradizionalmente è praticato dai critici. Certo, i ruoli devono essere ben separati, ma è anche molto importante che i politici condividano le tue passioni: Veltroni e Bettini, non hanno un rapporto qualsiasi con il cinema. E' questo clima, abbastanza fortunoso, che contribuisce molto alla qualità delle proposte.  Un esempio. Uno dei più bei programmi della Festa del Cinema l'ha fatto la Casa del Jazz. Riccardo Linzi ha rievocato con bei concerti, tutti esauriti, il rapporto tra jazz e colonne sonore nel cinema italiano (da Umiliani a Trovajoli). E' un'idea nata grazie alla collaborazione tra l'entourage della politica e dell'amministrazione pubblica e la direzione artistica dei Festival. Un festival non si fa perché ci sono i finanziamenti: i finanziamenti non ci sono mai. A meno che qualcuno non metta in piedi un'idea così forte da scovarli. L'identità della Festa - riconosciuta dalla quasi totale platea dei media - era quella di proporre un festival che potesse essere goduto anche da chi non era mai stato ad un festival. Alcuni critici (e tra essi ci sono persone che stimo molto) non ritengono l'avesse, ma la gente normale questa identità l'ha capita, eccome. E l'ha molto apprezzata. Non voglio apparire trionfalistico, e ipocrita, so bene che qui si annida un problema fondamentale. Il punto l'ha toccato perfettamente Emanuela Martini in un articolo apparso sul "Sole 24 ore", dove appunto si chiede se questo festival sarà capace di dosare le sue anime, quanta "festa" e quanto "festival" dovrà metterci dentro. So che nelle prossime edizioni questa identità andrà modulata e ricercata con più attenzione: ma la parte più difficile non è modellare l'identità di un festival (è una cosa che ha tempi piuttosto lunghi: quanto ci hanno messo Pesaro o Torino?), ma intercettare il desiderio collettivo che è l'unica cosa che rende necessario un festival. Forse, è vero, c'era più Festa che Festival quest'anno, come ha scritto qualcuno, ma chiunque abbia frequentato i festival in Italia negli ultimi dieci anni sa quanto sia facile per un festival, senza festa, diventare pura accademia: comunità di specializzati che occupano cittadine dal prezioso centro storico proiettando film dalle lingue esotiche con sottotitoli. Gli autoctoni si tengono ben lontani da tali festival e da tali comunità limitandosi a scrutarne i membri con sospetto e scetticismo.

Quanto è importante oggi per un Festival saper fare seriamente comunicazione? E' divenuta centrale nell'ideazione stessa di un festival di Cinema la sua capacità di auto-promuoversi? E poi: cosa determina il "successo" di un festival? Il numero di spettatori presenti alle proiezioni oppure il numero di lettori/spettatori/utenti che lo seguono attraverso i vari mass media? Ovvero, la sua capacità di entrare in risonanza con le istanze del pubblico della città che lo ospita oppure con un pubblico più ampio che segue ormai gli eventi culturali anche a distanza attraverso i media?

 

L'unica maniera di capire quanto sia proponibile, è provarci. Se non sei capace di  dare voce a chi ancora non ce l'ha, significa che non sei all'altezza di farlo. La Festa ha ambizioni assai maggiori di quanto tutti pensino, a riguardo. I mezzi di comunicazione hanno un raggio d'azione così ristretto che immensi contingenti di società e di talento, sono esclusi per sempre: questo, a dispetto di quanto si possa pensare, è un punto di forza di chi si mette in imprese del genere. La fisiologica ottusità dei mass media lascia aperto un territorio sterminato. Abbiamo già iniziato un lavoro di esplorazione e contatto con i centri sociali, con il mondo dell'università, con la galassia dei piccoli festival che fanno cose interessanti (con Italo Spinelli e Asiatica Filmediale, per esempio). E' un investimento culturale, politico, e anche economico (la Festa potrebbe diventare anche il mediatore tra sponsor e realtà che tradizionalmente non si frequentano) tutt'altro che secondario. Non è il profilo del modello di sviluppo culturale in campo che è decisivo, ma la tua capacità di dimostrare che qualsiasi modello è sempre condizionato dalle sue chance di estendere l'orizzonte del visibile e produrre esperienze collettive memorabili: se ne sei capace.

 

GLI ALTRI ARTICOLI DELLO SPECIALE:

 

Black Out!  di Federico Chiacchiari  30/12/2006

"Il divo è mille volte più avanti dei politici e dei critici" - Conversazione con Roberto Silvestri  9/1/2007

"Il problema reale è che i Festival devono trovare la maniera per servire ai film, devono essere utili ai film, altrimenti i Festival non servono a niente." Intervista a Steve Della Casa  12/1/2007
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