"Un festival deve essere un convivio dove si producono nuove opportunità creative, possibilmente in pubblico" - Intervista a Oscar Cosulich
Direttore, con Giulietta Fara, dell'appena concluso Future Film Festival, Cosulich interviene nel dibattito sullo stato dei Festival Cinematografici segnando tre punti cardine, per un Festival, oggi: la ricerca di una propria identità, il rapporto con il pubblico pagante della città che lo ospita e la capacità di "sapersi raccontare" ai media

Cos'è cambiato nel panorama in cui si fanno i Festival?
Una moltiplicazione degli eventi festivalieri, che ha causato una forsennata caccia all'anteprima.
Cosa è rimasto della grande stagione dei Festival sviluppatasi negli Anni 70/80 sulla spinta dell'Associazionismo Culturale e dei Cineclub? E' ancora attuale?
Sì e no. La spettacolarizzazione ad ogni costo ha spinto alcune manifestazioni a privilegiare aspetti più superficiali, ma un festival (che non può fare a meno di essere anche una festa) dovrebbe continuare a offrire qualcosa di nuovo ai suoi frequentatori.
Per chi e perché si fanno oggi i Festival? A quale urgenza rispondono (se c'è ancora un'urgenza...)?
Posso rispondere solo per quanto riguarda la mia esperienza personale: per mostrare quello che amo agli spettatori e far incontrare tra loro autori che penso possano interagire creativamente e umanamente. Per me, insomma, un festival deve essere un convivio dove si producono nuove opportunità creative, possibilmente in pubblico
Il nuovo modello emerso dalla Festa del Cinema di Roma, con la sua forte impronta politico/spettacolare, nasce da un progetto politico preciso o è puramente espressione del mutato scenario culturale? Quanto ha modificato l'idea stessa della Formula Festival? E' un modello avanzato, popolare e moderno di uso del cinema oltre l'approccio cinefilo oppure, al contrario, è un uso del cinema arretrato, populista e fortemente televisivo/mediatico?
La Festa del cinema di Roma, curata da un gruppo tra i migliori operatori culturali del settore, ha il bonus di fondi praticamente illimitati. Ne sono lieto per loro, ma non è, purtroppo per tutti gli altri, un modello esportabile in altri territori
A Roma spettacolarità e cultura vanno a braccetto, anche se l'attenzione mediatica si è concentrata., ovviamente, sulle star. Di questo però sarebbe ingeneroso fare carico gli organizzatori, sarebbe piuttosto da fare una riflessione sul perché in Italia fanno più notizia le polemiche, che non gli eventi veri e propri.

Quanto è proponibile e accettabile oggi, a livello politico, un modello di sviluppo culturale legato all'evento-festival che sia pura espressione delle istanze di ricerca artistica, della trasversalità degli immaginari, delle poetiche e delle istanze culturali provenienti dal "basso" e da realtà autonome, ovvero non legate direttamente con i centri della politica, delle istituzioni e dei canali di comunicazione di massa?
Credo che ogni festival abbia il dovere, innanzitutto, di avere una propria identità: se questa genera un pubblico pagante il festival vive, altrimenti ha grosse difficoltà. Le istituzioni dovrebbero però garantire le manifestazioni del settore facilitandone la vita a livello logistico e organizzativo e, quando possibile, investendo su chi fa cultura e spettacolo nel loro territorio, perché il rientro economico di un festival va misurato anche su quanta attenzione muove sulla città dove si svolge e non solo sullo sbigliettamento nelle sale.
Partendo dal presupposto che un festival è un organismo dispendioso, in che modo la politica può e deve intervenire sulla gestione del Festival? Qual è il limite all'autonomia di chi gestisce un festival e fino a che punto la politica in quanto amministratrice di finanziamenti pubblici può e deve intervenire sulla gestione diretta dei Festival? In altre parole: un festival si fa perché ci sono i finanziamenti o i finanziamenti servono a fare il festival? Viene prima l'identità del festival o quella dei committenti?
Se un committente crede in una manifestazione ha il dovere di aiutarla, altrimenti non avrebbe senso cercare di modificarla. Personalmente non ho mai accettato "suggerimenti" né da istituzioni né da sponsor: la direzione artistica non può, in alcun modo, essere legata alle logiche di chi finanzia il festival. Detto questo sono convinto che si possano fare festival di qualità senza lanciarsi in spese eccessive, anche se i soldi, ovviamente, non bastano mai.
Quanto è importante oggi per un Festival saper fare seriamente comunicazione? E' divenuta centrale nell'ideazione stessa di un festival di Cinema la sua capacità di auto-promuoversi? E poi: cosa determina il "successo" di un festival? Il numero di spettatori presenti alle proiezioni oppure il numero di lettori/spettatori/utenti che lo seguono attraverso i vari mass media? Ovvero, la sua capacità di entrare in risonanza con le istanze del pubblico della città che lo ospita oppure con un pubblico più ampio che segue ormai gli eventi culturali anche a distanza attraverso i media?
La rassegna stampa (intesa nel complesso: carta stampata, radio, tv, internet) è fondamentale quanto la presenza del pubblico nelle sale. Un festival vive solo quando entrambi questi aspetti sono presenti. Perché ciò accada servono i innanzitutto i contenuti, senza i quali un festival potrebbe ridursi a mere passerelle più o meno insignificanti.
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