TORINO FILM FESTIVAL - Refrattario

Il TFF è un festival che ha dimostrato di aver fatto della refrattarietà la sua forza. Refrattario agli inchini o ai tappeti rossi, alla suddivisione in casta dei suoi spettatori (spettatori di serie A e B). Refrattario ai privilegi, agli intrighi di corte, alle lusinghe di molti tartufi. In poche parole, refrattario al potere e all'autorità

Se dovessi definire con un termine il Torino Film Festival degli ultimi anni (direzione D'Agnolo Vallan e Turigliatto) mi sentirei di considerarlo magnificamente "refrattario".

Vediamo un po'.

Refrattario: "Detto di materiale atto a resistere, senza alterazioni notevoli a elevate temperature". Oppure un essere refrattario, cioè - in un'accezione medicale - un essere "in cui non si manifesta la malattia, nonostante il contatto con l'agente patogeno" (Zanichelli).

Il TFF è un festival che ha dimostrato di aver fatto della refrattarietà la sua forza.

Ma refrattario a cosa? Beh... refrattario agli inchini o ai tappeti rossi, alla suddivisione in casta dei suoi spettatori (spettatori di serie A e serie B). Refrattario ai privilegi.  Refrattario agli intrighi di corte, alle lusinghe di molti tartufi. In poche parole, refrattario al potere e all'autorità.

Refrattario alla norma, a quelli che tentano di "normativizzare" il cinema, a chi tenta di incasellarlo in strutture rigide, ben definite (ma utili a chi? Forse a chi questi steccati li alza). Nessuna norma al TFF: eterogeneità, gioiosa anarchia, filmbrevibrevi, filmfiume, classici, oggetti non identificati (e i documentari? E la fiction? Ma quel film è una fiction o è un documentario? E dove lo metto, in quale casella? E i corti? Devono essere solo italiani o internazionalini?).

Refrattario a ciò che media (refrattario alla mediocrità), ai film "scritti" bene, a chi giudica un film dalla sceneggiatura, e solo da quella (consiglio: occuparsi di letteratura...), refrattario al cinemino sociale e di contenuto forte, refrattario al circuito essai-letterarioteatraleartistico e alle masturbazioni di qualche nostalgico dello scult a tutti i costi, del cult così chic, il TFF ha prima di tutto considerato i suoi spettatori (ogni spettatore) come individui responsabili, intelligenti, in grado di decidere, di valutare senza il bisogno di titoloni sui giornali, o dell'imbeccata di qualche santone che distribuisce benedizioni non richieste.

Refrattario ai "venerati maestri" del cinema italiano, magari con cariche di partito, ai tromboni che "la crisi del cinema italiano!"... e "il cinema in crisi!", quando - guarda caso - il cinema in crisi è sempre quello che fanno loro.

E poi refrattario al populismo e per questo liquidato. Non per inutilità "politica", ma perché la refrattarietà lo ha reso alieno e inutile per la classe politica! Da qui i problemi.

Se corrisponde al vero l'adagio di Carl Schmitt, cioè che "l'opinione pubblica è la forma moderna dell'acclamazione", allora il TFF è stato giudicato in primo luogo refrattario alla manipolazione mediatica. E se Schmitt ha potuto scrivere che "in ogni democrazia ci sono sempre partiti, oratori e demagoghi, dai prostatai della democrazia ateniese fino ai bosses della democrazia americana, oltre alla stampa, films, e altri metodi di manipolazione psicotecnica delle grandi masse", allora ecco che tutto si fa chiaro. Bisognava agire per cambiare le cose. Parola d'ordine a reti unificate: qui, sotto la mole, il TFF è in grave crisi; o almeno così riportava la stampa. Col megafono. Come un disco rotto.

Refrattario, il TFF ha respinto l'attacco con i film e il pubblico numeroso, in costante crescita. In fondo è questo che ha sempre saputo fare. Aggiungerei provocare (gioia, noia, nausea, euforia, stupore, riso, inquietudine, sarcasmo, paura, desiderio, eccitazione, malinconia, vertigine, dolore, rabbia...) con i film. Programmare film, esporli: questa la "politica" e, insieme, una dichiarazione di stile. Nessuna scalata politica all'orizzonte, nessuna tessera di partito in tasca. Nessuna opinione pubblica a cui lisciare il pelo.

Ma allora? L'opinione pubblica è la forma moderna dell'acclamazione? Andiamo avanti. Un'altra citazione:

"Nel 1967, con una diagnosi la cui correttezza ci appare oggi fin troppo scontata, Guy Debord costatava la trasformazione su scala planetaria della politica in una "immensa accumulazione di spettacoli", in cui la merce e lo stesso capitale assumono la forma mediatica dell'immagine. Se congiungiamo le analisi di Debord con la tesi schmittiana dell'opinione pubblica come forma moderna dell'acclamazione, tutto il problema dell'odierno dominio spettacolare dei media su ogni aspetto della vita sociale appare in una nuova dimensione. In questione è nulla di meno che una nuova e inaudita concentrazione, moltiplicazione e disseminazione della funzione della gloria come centro del sistema politico. Ciò che restava un tempo confinato nelle sfere della liturgia e dei cerimoniali si concentra nei media e, insieme, attraverso di essi, si diffonde e penetra in ogni istante e in ogni ambito, tanto pubblico che privato, della società. La democrazia contemporanea è una democrazia interamente fondata sulla gloria, cioè sull'efficacia dell'acclamazione, moltiplicata e disseminata dai media al di là di ogni immaginazione (che il termine greco per gloria - doxa - sia lo stesso che designa oggi l'opinione pubblica è, da questo punto di vista, qualcosa di più che una coincidenza). E, com'era già sempre avvenuto nelle liturgie profane ed ecclesiastiche, questo supposto «fenomeno democratico originario» è ancora una volta catturato, orientato e manipolato nelle forme e secondo le strategie del potere spettacolare".

(Così Giorgio Agamben nel suo ultimo libro, che andrebbe letto con attenzione -, cfr. G. Agamben, Il regno e la gloria. Per una genealogia teologica dell'economia e del governo, Neri Pozza, 2007)

Refrattarietà contro acclamazione. Messa in scena contro "messa in rete" (messa in riga). A proposito di "grandi opere": è vero, qui in Italia si prefigurano tempi di Festival intesi come vere e proprie "autostrade mediatiche", uniformate, concentrate e a senso unico (così e.gh.).

In tutti i casi, la cartina geografica del visibile è ben più complessa di quello che vogliono farci credere: e questo è sempre stato l'assunto, il principio che ha mosso le scelte del TFF.

Infine: l'uomo della provvidenza, acclamato, è dunque giunto (osanna mediatici collettivi). Si sprecano i gesti plateali (le pasticcerie consegnano torte Sacher) e giungono finalmente i paginoni sui quotidiani. C'è chi lusinga, i violini vengono accordati, c'è chi si mette in fila d'attesa; si sprecano anche le metafore e qualcuno si spinge temerariamente fino a quelle calcistiche: lo avvicinano a un calciatore del Torino; è un brutto segno (per di più sintomatico, almeno nel linguaggio: ricorda qualcosa?). Ma non è colpa sua.

Diciamo: tra il restare di profilo vicino alla finestra e fare il girotondo con tutti i partecipanti della festa (Ecce Bombo), M. ha scelto la seconda opzione. Gli auguro sinceramente buon lavoro.

Refrattari, Giulia D'Agnolo Vallan e Roberto Turigliatto non si sono piegati e hanno preferito andarsene, con dignità, ma senza strillare. Questo non impedisce a noi di avere occhi per vedere e giudicare il lavoro che hanno svolto.

Direi allora: l'exercice a été profitable, Monsieur. Mi sia consentito ringraziarli.

Ecco allora un atlante cine-fotografico immaginario, una lista a mo' di promemoria degli ultimi quattro anni di TFF: 

 

Ernie Gehr, Lisandro Alonso, George Romero, Jean-Claude Rousseau, Yervant Gianikian, Angela Ricci Lucchi, Piero Bargellini, John Carpenter, Daniele Gaglianone, Walter Hill, Stan Brackhage, Jean-Marie Straub, Danièle Huillet, Pedro Costa, Julio Bressane, Franck Ciochetti, Tonino De Bernardi, Stephen Dwoskin, Jean Douchet, il "giovane" Luciano Emmer, Aleksandr Sokurov, Jean-Luc Godard, Michael Snow, Joe Sarno, Corso Salani, Johnnie To, Andrea Tonacci, Dario Argento, Franco Brocani, Alberto Momo, Isaki Lacuesta, Marc Recha, Jean-Daniel Pollet, Wang Bing, Takashi Miike, William Friedkin, Xia Peng, Elisabetta Sgarbi, Paulo Rocha, Anne Feinsilber, il "giovane" Manoel De Oliveira, João Cesar Monteiro, Rabah Ameur-Zaimeche, Albert Serra, Mauro Santini, Fernando Lopes, David Perlov, Joaquin Jorda, Claude Chabrol, Ila Beka, Raoul Ruiz, Lodge Kerrigan, Mark LaPore, Rogerio Sganzerla, John Sayles, il "giovane" Alfred E. Green, Lav Diaz, Joe Dante, Vincent Dieutre, Rita Azevedo Gomes, Nacer Khemir, Paul Schrader, Apichatpog Weerasethakul, Alessandro Angelini, Sara Pozzoli, Werner Herzog, Shinya Tsukamoto, Kiyoshi Kurosawa, Tobe Hooper, John Landis, Kelly Reichardt, Nicolas Azalbert, Alina Marazzi, Amir Naderi, Stavros Tornes, Paolo Brunatto, Hou Hsiao Hsien, Tsai Ming-Liang, Alain Guiradie, Koji Wakamatsu, Jean-Claude Fitoussi, Naomi Kawase, Ciprì & Maresco, Martin Scorsese, Giuseppe Gaudino, il "giovane" Seijun Suzuki, Zhi Jiang, David Gordon Green, Chantal Akerman, Kinji Fukasaku, Ross McElwee, Gina Kim, Jacques Rivette, Jia Zahnke, Abdellatif Kechiche, Robert Frank, Rithy Panh, Errol Morris, Robert Breer, il "giovane" Robert Aldrich.

 

 

Il campo del cinematografo è incommensurabile. Ti dà una potenza di creare illimitata. (Robert Bresson)

 

Semplicemente. Grazie.

 

GLI ARTICOLI PUBBLICATI FINORA:

 

Black Out!  di Federico Chiacchiari  30/12/2006 "Il divo è mille volte più avanti dei politici e dei critici" - Conversazione con Roberto Silvestri  9/1/2007 "Il problema reale è che i Festival devono trovare la maniera per servire ai film, devono essere utili ai film, altrimenti i Festival non servono a niente." Intervista a Steve Della Casa  12/1/2007 "La parte più difficile non è modellare l'identità di un festival ma intercettare il desiderio collettivo che è l'unica cosa che rende necessario un festival" - Intervista a Mario Sesti  16/1/2007 "Un festival deve essere un convivio dove si producono nuove opportunità creative, possibilmente in pubblico" - Intervista a Oscar Cosulich       23/01/2007 TORINO FILM FESTIVAL: "Descrizione di una battaglia", di Gianni Rondolino        del 25/01/2007 Potere dissoluto, di Donatello Fumarola             del 6/2/2007 TORINO FILM FESTIVAL - "Difendere il Festival in quanto tale non interessava in realtà a nessuno, premeva metterlo "in rete" (o in riga) col fantomatico sistema cinema torinese" - Parla, finalmente, Roberto Turigliatto  del 10/2/2007 TORINO FILM FESTIVAL - "Per chi avesse voglia di guardare alla realtà, l'atmosfera di "crisi" e di allarme creata intorno al festival aveva la credibilità delle armi di distruzione di massa in Iraq" - La parola a Giulia D'Agnolo Vallan  del 10/2/2007 FESTIVAL DI CINEMA - Questo dibattito... di Federico Chiacchiari del 11/2/2007 TORINO FILM FESTIVAL - Refrattario di Rinaldo Censi del 13/2/2007
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