FESTIVAL DI CINEMA - Il giorno dopo
“Una riflessione seria su quanto avvenuto in Italia tra Roma, Venezia e Torino sarebbe più che auspicabile. Quale sia il ruolo di un festival, in che modo debba essere finanziato, a chi debba rivolgersi, sono tutto salvo domande inutili. Ma non c’è bisogno di discutere con Cassavetes per rivedere Opening Nights. C’è invece bisogno di Ken Jacobs e di un animatore, per preparare lo spettatore alla visione di un’opera difficile come Razzle Dazzle. il vecchio TFF giudicato elitario dava a tutti gli spettatori l’impressione di poter affrontare con piacere e gusto qualunque film, facile o difficile che fosse…. Ma cosa diventerà il festival quando Moretti riporterà a Roma faccia, barba e contatti?”
Ancora un intervento, sull’ultimo Torino Film Festival, questa volta dai Cahiers du Cinema. E ancora una volta la stampa straniera non ha la stessa uniformità di giudizio di quella italiana. Ricordate quando Moretti in Aprile leggeva “quell’unico grande giornale” della stampa italiana? Forse una riflessione meno nazional-popolare e auto-celebrativa e una maggiore attenzione internazionale potrebbe far bene… E una domanda, semplice: perché all’estero tutti rimpiangono il “vecchio” TFF? Il dibattito continua…
di Eugenio Renzi
dai Cahiers du Cinéma, 2 dicembre 2007
Sulla stampa italiana i lettori si ribellano. Dicono che il dibattito politico intorno al festival di Torino è ancora meno intelligibile di una critica di Giuseppe Salza. Forse vale la pena lasciare questa mano al banco. Però, lo diciamo sommessamente, una riflessione seria su quanto avvenuto in Italia tra Roma, Venezia e Torino sarebbe più che auspicabile. Quale sia il ruolo di un festival, in che modo debba essere finanziato, a chi debba rivolgersi, sono tutto salvo domande inutili. Alcuni segnali dovrebbero allarmare. Ieri per esempio, La Stampa di Torino pubblicava una pagina intera dedicata al bilancio della gestione Moretti. Una giuria di esperti, con tanto di foto, era chiamata a dare la sentenza. Alla fine il palmarès premia il nuovo corso - qualche voce dissonante rende la vittoria più democratica. Del resto ogni discussione è seccamente tranciata dal risultato numerico : più popolo al botteghino. Doppio sogno d’oro: il voto degli esperti, il suffragio della massa. Fin qui, si dirà, che cosa c’è di nuovo ? Da San Remo allo sciopero dei Taxi passando per la castrazione di un pedofilo, ogni fatto più o meno pubblico è sottoposto al giudizio di massa tele-elettorale. Non a caso, i giornali su internet pullulano di sondaggi che strizzano l’occhio al nuovo potere del teleutente, la domanda è sempre la stessa: che
ne pensi ? Non siamo molto lontani da quel tipo di totalitarismo partecipativo raccontato da Paul Verhoeven in Starship Troopers. La tecnologia consente, e in un certo senso impone, di accostare il parere dell’esperto al voto della massa, questa continuamente sollecitata a esprimersi. Fin qui, niente di nuovo. E’ la democrazia, bellezza. Ora, la novità c’è. Perché, almeno fino all’anno scorso Torino rimaneva al riparo della "democrazia". Era una splendida isola elitista. Abbiamo già detto qualcosa su come sia stato suicida in tempi come questi buttare a mare l’esperienza e le relazioni che il TFF aveva instaurato con tanti registi. Abbiamo anche detto che la gestione di Moretti non è per questo un abisso senza fondo. E una cosa che somiglia a Moretti, cioè una cosa oggettivamente non indegna. E il suo festival, film per film, resta una "cosa" piuttosto godibile.
Ma c’è un ma, anzi due. Un ma strategico. Che cosa diventerà il festival quando Moretti riporterà a Roma faccia, barba e contatti ? E un ma tattico. Il festival dell’uomo solo al comando non ha nessuna possibilità di competere contro Roma sul terreno del tappeto rosso; laddove Roma può schierare pletore di star hollywoodiane, Nanni è costretto a correre ai ripari con una formula impura, sul modello berlinese. Un lato pop per il popolo, vale a dire la competizione e le due retrospettive, et dall’altro una Zona underground per soli Stalker. A questa brutale compartimentazione ne seguono altre intermedie. Ora, la politica dei compartimenti permette di accumulare film, anche di qualità (lo abbiamo in queste pagine fatto notare a più riprese), ma dal punto di vista del festival in generale è un’ammissione di fragilità editoriale.
Moretti ha regalato momenti di grande spettacolo nazional popolare, minuziosamente descritti
dai quotidiani, nelle sue performance con Tinto Brass e Wim Wenders. Ma nulla ha potuto per le programmazioni minori, che hanno bisogno di un lavoro più semplice, modesto ma altrettanto necessario. Non sempre, ma troppe volte, questo lavoro è mancato. Non c’è bisogno di discutere con Cassavetes per rivedere Opening Nights. C’è invece bisogno di Ken Jacobs e di un animatore, per preparare lo spettatore alla visione di un’opera difficile come Razzle Dazzle. Qui l’asino casca. Perché il vecchio TFF giudicato elitario dava a tutti gli spettatori l’impressione di poter affrontare con piacere e gusto qualunque film, facile
o difficile che fosse. E cascando l’asino si fa anche male: perché il festival elitario aveva magari qualche spettatore in meno, ma quelli che c’erano rimanevano fino alla fine della proiezione. E poi, è vero che c’erano di meno gli spettatori? Su questo sarebbe interessante avere dati chiari. Non soltanto in merito ai biglietti staccati, ma anche sulla distribuzione degli spettatori nelle varie retrospettive.
Fare un buon festival è certo una cosa molto difficile (verrebbe da dire che non era necessario farlo, c’era). Farlo in Italia oggi ancora di più (cinema nazionale debole e politici nazionali aggressivi). Moretti, accettando il compito, si è messo in una situazione che è davvero poco invidiabile. Dal suo punto di vista ne esce vincitore: più di così, da solo, non poteva fare; anche l’auto-critica che da più parti gli viene chiesta, in fondo è intempestiva. Accettando, ha accettato di andare oltre l’autocritica. Ma una riflessione si impone. Perché anche volendo salvare Moretti, l’aggettivo morettizzare non sparisce per questo. Si trasforma semplicemente in normalizzare.
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