BERLINO 57 - "The Good Shepherd", di Robert De Niro (Concorso)

Sulla base di una sceneggiatura di Eric Roth, il divo firma la sua seconda regia e racconta la storia della CIA reincarnata nella figura (reale/immaginaria) del suo stesso fondatore. Un film incapace di uscire dai suoi segni, che finisce con l'appoggiarsi pesantemente alla sua struttura morale e all'iconografia da spy story

Liturgico, come del resto si addice a un film che nasce nel segno evangelico di una parabola e si consuma nell'ombroso culto di una fede che annienta l'identità e consuma la coscienza. The Good Shepherd approda sugli schermi della Berlinale 57 con le stimmate della perfezione imperfettibile della star che ha fatto del perfezionismo la sua griffe: Bob De Niro, alla sua seconda regia (a tredici anni di distanza dal più sfumato e sfumabile Bronx), insediatosi in un progetto che era stato caro al compianto John Frankenheimer (pare glielo avesse raccontato sul set di Ronin, ma lui ne avrebbe di sicuro fatto un film più asciutto, classico, essenziale, meno "bigotto"...), mette in scena il cono d'ombra più illuminato della storia segreta degli Stati Uniti d'America, ovvero la CIA. Strana storia, questa dei divi hollywoodiani che qui a Berlino stanno professando la fede del dubbio che taglia in due le certezze: da Soderbergh/Clooney di The Good German a De Niro/Damon di The Good Shepherd, dal buon tedesco, al buon pastore... Ma dietro tutto c'è sempre lo stesso buco nero della Storia, il faccia a faccia dei blocchi contrapposti, la Guerra Fredda, il mondo diviso in due come l'anima dei protagonisti... Appuntamento alla Berlinale di Potsdamer Platz, non a caso, dove ogni giorno allunghi il passo sulla linea che un tempo vedeva ergersi il Muro...

The Good Shepherd, comunque: liturgico, dicevamo, perché totalmente affidato alla ritualità della spy story, incapace di uscire dal circolo vizioso dei sussurri, dei biglietti passati di nascosto, dei codici cifrati, delle foto scattate in segreto, dei microfoni in ascolto. Incapace insomma di decodificare la greve sostanza iconografica dello spionaggio in un universo di gesti reali, di psicologie vere, di materialità esistenziali. E sì che la storia mette in scena una figura prigioniera di questa ritualità, il corpo sacrificale di una sorta di messia dei servizi segreti USA, padre figlio e spirito santo dello spionaggio... Il suo nome è Edward Wilson (non una figura realmente esistita, ma disegnata sulla scorta di due agenti reali) e in lui vediamo riflessa la nascita stessa della CIA nel segno della sua predestinazione: gli anni della gioventù, la cooptazione a Yale nella loggia deniminata "Skulls & Bones", fucina dei quadri più alti del potere statunitense, l'arruolamento segreto nei servizi di spionaggio, gli anni della Guerra Fredda, un matrimonio d'alta società con una donna (Angelina Jolie) che non ama, ma per la quale lascia il suo vero grande amore, un figlio i cui sentimenti sacrifica sull'altare della patria...

De Niro dà corpo a questo "messia" con passione, affidandosi alla penna di Eric Roth, che in effetti sembra quasi dare seguito alle riflessioni articolate in Munich. Solo che - sarà colpa della regia ipertrofica di De Niro, o magari anche della sua stessa sceneggiatura, ingombrante e troppo articolata - The Good Shepherd si arrovella in se stesso, non trova la strada per uscire dai suoi segni, anzi finisce con l'appoggiarsi pesantemente alla sua struttura morale e psicologica, senza liberare la materia di un personaggio che pure appare molto interessante. De Niro non è capace di uscire dalla paranoia, dimenticando la lezione di Ron Howard (A Beautifull Mind) e anche di Clooney/Soderbergh (Confessioni di una mente pericolosa, ma anche The Good German a ben pensarci), dopo i quali non è certo più possibile mettere in scena le spie senza dichiarare la paranoia del complotto che ne regge l'iconografia...  

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