BERLINALE 57 - "Hyazgar (Desert Dream)", di Zhang Lu (Concorso)
Inserito un pò inspiegabilmente nel Concorso Ufficiale della 57. Berlinale, il film di Zhang Lu non è nè riflessione nè cartolina, ma un inutile viaggio privo di ogni senso, svuotato da ogni ambizione e sentimento. Nella terra dove i cammelli piangono non è che il cinema se la passi proprio meglio...

In uno sperduto villaggio, in una regione desertica al confine tra Mongolia e Cina un uomo ancora crede di poter strappare al deserto la possibilità di coltivare qualcosa. Non gli crede nessuno, e a ragione; il villaggio pian piano si spopola e anche la moglie e la figlia decidono di recarsi verso la capitale Ulaanbaatar.
Rimasto solo a combattere la desertificazione della steppa, l'uomo troverà quasi subito due alleati per questa battaglia: si tratta di due nordcoreani, una donna con suo figlio, in fuga dal proprio paese (ed è una bella passeggiatina, dalla Corea del Nord alla Mongolia...) in cui hanno appena perso il marito/padre, ucciso proprio dai miliziani di Kim Jong-Il. Insieme dovranno lottare contro un destino avverso e, soprattutto, contro una natura mai così ostile: ma per lottare insieme bisogna conoscersi e per conoscersi bisogna parlare. E c'è un piccolo particolare che rende tutto ciò particolarmente difficile, se non impossibile: i tre non parlano la stessa lingua, l'uomo parla mongolo mentre la donna e il figlio parlano coreano.
È qui che il film inizia ad andare alla deriva, ripiegandosi lentamente su se stesso, non riuscendo nè a ragionare sull'incomunicabilità tra culture diverse nè ad illustrare un punto di vista fermo e solido sul paesaggio. Al suo terzo film, il regista cinese Zhang Lu decide di raccontare una storia la cui dimensione spazio-temporale risulta quasi azzerata, così come la componente emozionale, quasi lasciata al proprio destino di morte.
Desert Dream patisce la scelta di ancorarsi ad uno stile di regia monocorde, fatta di elementari mezze panoramiche a scoprire uno o più personaggi. Ma, all'interno di uno spazio cinematografico immenso come quello della steppa desertica, forse bisognava compiere la scelta opposta, abbandonando ogni didatticismo, ogni rigido schematismo estetico per lasciarsi guidare dal selvaggio istinto della natura.
Neppure la timida riflessione metacinematografica, che si inscrive in un più ampio discorso sul confine tra reale ed irreale, riesce a produrre "senso" in maniera adeguata. Quel confine labile che i protagonisti provano sempre a varcare rimane così un territorio inesplorato e il sogno non rappresenta altro che una stanca fuga dal reale.
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