VIAGGIO IN ITALIA (MONDIALE)- Dove sta Cassano?

Campione europeo, ma non mondiale... Mentre l'Italia di Lippi si trasferisce a Berlino, il fantasista barese che Trapattoni volle in azzurro cerca la sua strada tra Madrid e Milano. Eroe eccessivo della malinconia del successo, lo evochiamo grazie a "Come a Cassano", il nuovo cortometraggio di Pippo Mezzapesa

Capello ha stigmatizzato le sue gesta come "cassanate". Trapattoni ne ha fatto buon uso in azzurro come controfigura di un Totti con problemi di salivazione in eccesso. Lippi, invece, lo ha lasciato a casa: forse in ossequio ad Agnelli Umberto, che chiosò le voci bianconere di calciomercato con un lapidario "Parla troppo!"; o forse per non dover gestire il malanimo che sembra esserci tra lo scugnizzo e il suo ex capitano in giallorosso... Così, mentre l'Italia mondiale festeggia la conquista della sua finale e quella domestica sprofonda in Serie B e C, chissà perché (non certo per particolare simpatia, ad esser sinceri...) il pensiero corre a lui, Antonio Cassano da Bari, il goleador con la puzza di quartiere addosso: dove sarà adesso? Le cronache sportive lo danno in bilico tra un Real Madrid che non l'ha mai amato troppo e la Milano rossonera in predicato di serie cadetta; ma a noi piace ricordarlo prima sorridente e poi in lacrime agli Europei 2004: Italia Bulgaria 2-1, gol dell'ultimo minuto che sarebbe stato valido per la qualificazione, se solo dall'altra parte del girone Svezia e Danimarca non avessero pareggiato...

Ecco, la malinconia del successo: sarà questo ricordo e la recente visione di Come a Cassano, il bel cortometraggio che Pippo Mezzapesa gli ha dedicato in curiosa traslazione biografica, a farci tornare in mente il campione barese nel momento in cui abbiamo la finale in pugno. Eroe di quartiere che ha riscritto a suo modo la maradoneide di genio e intemperanza, proiettato tra le stelle di un calcio troppo impegnato a rimestare nel proprio marcio per poter accettare la genuina tracotanza di un "vastaso" nato con l'estro nei piedi il 12 luglio 1982, ovvero il giorno dopo la storica vittoria dell'Italia ai Mondiali di Spagna, come recitano le sue biografie...

Non stupisce che il barese Pippo Mezzapesa, autodidatta confesso e recidivo, non accolto al Centro Sperimentale di Cinematografia e poi vincitore del David di Donatello 2004 per il miglior cortometraggio con Zinanà, abbia pensato a lui per il suo nuovo cortometraggio. Mezzapesa è uno che fa cinema pensando nei termini di un'epica discreta che scolora ai margini, squadrando e inquadrando un piccolo mondo di provincia consono all'insuccesso, ma proiettato nella rivincita dell'umanità imperfetta. Un cinema che ha nella scrittura la sua alta qualità, sia chiaro, ma anche un cinema che si diverte a scrutare la scena: panoramiche a scoprire scorci di vita, carrellate a seguire passi nei vicoli, cambi improvvisi di focale per evidenziare dettagli, una dinamica visiva della messa in scena che studia il découpage con intelligenza... Già in Zinanà la storia di un piccolo uomo in cerca del suo posto sulla terra si traduceva nell'epopea di un suonatore di piatti che proprio non riusciva ad entrare nel momento giusto nell'esecuzione della banda comunale; ora, in Come a Cassano (che affidiamo alla recensione che segue, del nostro Giancarlo Visitilli), la storia di un ragazzino di Bari Vecchia che si chiama proprio come il campione e gioca a calcio in un vivaio barese, si traduce nella biografia indiretta e trasparente di Cassano, sovrapponendo il suo sogno d'infanzia realizzato nel successo, all'ombra attuale di una carriera che rischia l'estro in panchina, perennemente dentro/fuori il gioco, vincitore/sconfitto, artefice della propria grandezza e dei propri problemi...

Pippo Mezzapesa è bravo nel gestire l'illusione, la trasparenza di una realtà che trascrive la biografia prima e dopo il mito di se stesso che ognuno vorrebbe ascoltare/raccontare. Il suo cinema, già espressivamente maturo per un passo verso un respiro più ampio (anche in termini di durata), sa elaborare l'affabulazione come traccia esistenziale. Dovrà solo liberarsi (anche visivamente) da una certa poetica meridionalista, tanto più che l'umanità di cui racconta così bene non sta solo sotto casa. Ecco, appunto: dove sta Cassano?

Massimo Causo

COME A CASSANO (Italia, 2005)
Regia: Pippo Mezzapesa
Sceneggiatura: Pippo Mezzapesa, Antonella Gaeta
Interpreti: Vincenzo De Benedictis, Dino Abbrescia, Lia Cellamare, Alberto Rubini
Durata: 13'

Il maradona barese. L'eroe nazionale. L'incompreso... Sono solo alcuni degli appellativi utilizzati dalla stampa nazionale, e non solo, per descrivere le avventure del fenomeno del calcio italiano, al di fuori d'ogni regola ed aspettativa sportiva, straordinario Come a Cassano, titolo dell'ultimo interessantissimo lavoro del David Donatello 2004 (Miglior Cortometraggio), Pippo Mezzapesa.

Concentrare la storia di Antonio Cassano in 10 minuti di pellicola, non è impresa facile, se si pensa a quanto è stato già scritto, detto, ridetto (e abusato) sulla storia del calciatore, originario di Barivecchia. Infatti, con minuzia e grande passione per il cinema di Pasolini e soprattutto di De Sica (quello di Sciuscià, I bambini ci guardano e Ladri di biciclette), il regista bitontino Pippo Mezzapesa, nel raccontare la parabola di un ragazzino barese omonimo del campione, racconta anche - come in sovrimpressione - l'infanzia del piccolo Antonio Cassano e della sua carriera calcistica, da quando giocava nella Pro-Inter fino alla Roma. Ambientando il corto nel borgo medievale di Bari, Pippo Mezzapesa e Antonella Gaeta (co-sceneggiatrice insieme al regista, già dal premiatissimo Zinanà) raccontano anche le strade, i viottoli con le centinaia di edicole sacre, non escludendo gli odori e i sapori di una terra che ha molto da dire anche di un proprio "gusto" dettato dalla "cultura gastronomica" tutta pugliese. Ed eccoci, quindi, con la visione dei bimbi di strada, compreso il piccolo Cassano, si giocano tutto, cadendo, scontrandosi e sbucciandosi quei ginocchi che pochi anni dopo avrebbero retto all'emozione di giocare accanto a calciatori di fama nazionale ed internazionale.

Intensissima la lunga sequenza in cui si mostra la preparazione (spirituale) del piccolo protagonista prima di entrare in campo; il suo votarsi alla Madonna, al suo stesso coraggio ("Antonio, oggi devi fare il macello!") e al campione suo omonimo, di cui custodisce una foto nello sportello del suo armadietto. Ma non per il desiderio di vincere a tutti i costi, quanto per riscattare l'immagine del ragazzo teppistello, come uno dei tanti adolescenti baresi, condannati dai servizi sociali e dagli "addetti ai lavori", già nell'uso di certe definizioni, riduttive e antipatiche, come "minori a rischio". Nel corto di Mezzapesa, Antonio è come riscattato, salvato, risorto, rispetto all'immagine che la stampa mondiale e anche locale non ha esitato a fomentare. Di Antonio non viene "salvata" solo la levatura calcistica, quanto l'appartenenza ad una città che lo ha allevato, nutrito, protetto. Infatti, nel corto di Mezzapesa ogni luogo è parte della stessa vita del calciatore ormai madrileno: dalla scuola "San Nicola" che lui, giustamente, percorre standone fuori, calciando un pallone; alla muraglia, evidentemente l'unico vero "campo" di battaglia e di formazione di tanti ragazzi di Bari, che non riescono a farsi notare, neanche da quell'altra parte della città (il cosiddetto "Centro") a poche centinaia di metri da loro, perché troppo "centrale" rispetto alla loro "Arte confinata al Margine". Perciò, poi, anche Antonio preferisce parlarsi "da Cassano a Cassano", non avendo altri interlocutori, se non sé stesso, il mare e la strada.

Il grande merito di Come a Cassano sta anche nell'aver finalmente affrancato l'immagine di una città come Bari a cui "gira solo la capa", abitata da uomini e Peroni, tra ricci, cozze e volgarità. Al contrario, Pippo Mezzapesa e Antonella Gaeta scrivono, prendendo in prestito le parole di un popolo che ha un proprio vissuto da raccontare ancora a molti e per molto tempo: chi mai ci ha dato la possibilità di correre come a Cassano e agli altri protagonisti del corto di Mezzapesa, lungo i viottoli della città vecchia, senza paura e polizia, visto che ci hanno sempre mostrato, anche sul grande schermo, la paura e il buio di quei labirinti medievali? Peccato che per ora abbiamo visto solo i corti di Mezzapesa, avendo già il sentore di un talento che presto potrebbe raccontare di noi, ancora "a lungo".

Giancarlo Visitilli

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