VIAGGIO IN ITALIA - "Nerik" - La purezza del reale
Intervista ad Antonella Grieco, vincitrice del concorso "Anteprimadoc" all'ultima edizione del BellariaFilmFestival. Alberto Grifi come stella polare, poche spese e una meditazione lunga tre anni, consentono a "Nerik" di emergere per sobrietà e purezza dello sguardo
Nerik è un cane pastore che affiora nei ricordi di Pasquale Di Meglio, protagonista insieme alla stessa autrice del cortometraggio di Antonella Grieco. Un dolce scambio fra due amici e uno sguardo limpido e inconsueto su una persona speciale e i ricordi che affiorano. In quindici minuti la giovane filmmaker e artista milanese, alla prima esperienza in ambito video-cinematografico, estrae con lucida sobrietà e con un linguaggio visivo coraggioso e efficace, l'anima dalla realtà che rappresenta. Il concorso Anteprimadoc dello storico Festival di Bellaria, affidato da quest'anno alla direzione di Fabrizio Grosoli, ha posto in evidenza con Nerik un soggetto e un'opera che restano felicemente sospesi tra i contorni umani dei protagonisti e ciò che evocano le parole, gli spazi, le domande. Una lezione di umiltà, amore e serietà, per la potenza di un genere, il documentario, e l'affascinante storia di un'amicizia.
Antonella, a Bellaria il tuo corto, Nerik, ha vinto per "la forza dei personaggi, la semplicità e la purezza narrativa. Un approccio alla rappresentazione della realtà libero e non ideologico".
La motivazione mi ha profondamente colpita ed emozionata. L'importante per me è essere circondata da persone emotive e sincere, e loro lo erano, tutti. Penso che sia fondamentale per i giovani autori che esistano premi in denaro, però è anche vero che questo complica i rapporti di creazione e fruizione, di visione e comprensione. Chi organizza festival senza premi compie un lavoro importante. Il cinema, o l'uso di un linguaggio di comunicazione qualsiasi, non deve essere una gara. È necessario invece aprire strade, per tutti. Che senso ha farlo solo per sé? Per restare soli?
Parlaci di Nerik.
Le riprese che sono servite a costruire, o meglio isolare (nel senso che si è trattato di un processo di sottrazione più che di montaggio) Nerik, risalgono a circa tre anni fa. Nerik è un fuori formato, non un video sperimentale o d'autore. Un pezzo di reale, un tentativo (parola che amo molto e che, credo, sia fondamentale nella riflessione circa il fare cinema, a me l'ha insegnata Alberto Grifi) di reale. Attenzione, delicatezza, coraggio, dolcezza, chiarezza intellettuale, sono centrali nella produzione di reale: è come una storia d'amore, gliele devi e basta. In questo caso la persona che appare con me in Nerik è un mio amico, un amico particolare; ancora adesso ho il terrore che tutto venga frainteso nella maniera peggiore possibile, che restino solo opinioni di opinionisti.
Però hai scelto un momento condiviso con lui per il tuo corto. Perché?
In un certo senso Pasquale (il protagonista ndr) per come è non c'entra niente. È una persona diversa da me e te, ma non ha influito sul fatto che abbiamo usato una telecamera. È la qualità della chiacchierata che conta. Certo avere deciso di condividere con un pubblico quel nostro momento implica che lo sguardo collettivo della società, noi, non possa fare a meno di leggere la disabilità di Pasquale, provando tenerezza automatica. È qui lo scandalo, sta qui la difficoltà di questi 15 minuti. Io ero interessata alle sue parole, ma anche alle mie. Sono interessata alla possibilità di avere uno scambio profondo, dolce. La sfida è tentare di dare una visione condivisibile con gli altri, schivando però quel retrogusto di "vi racconto i fatti miei personali" o di buonismo sciocco.
Cosa hai fatto prima di Nerik, artisticamente parlando?
Ho fatto un po' di mostre, nulla di troppo "blasonato". Diciamo che della fase da "artista contemporanea" non rinnego i lavori, ma sicuramente rinnego i luoghi. Basta con le gallerie della Milano artistica cool contemporanea. Situazioni di questo genere, inneggiano a cose che non mi interessano, che non cambiano nulla nell'orizzonte interiore dell'artista, né di una comunità in osservazione. Questo è un fatto grave, e scelgo quindi l'autoproduzione e l'autorganizzazione circa gli eventi in questo settore.
Come sei arrivata al documentario?
Avevo voglia di rimettermi a studiare. Sto frequentando il biennio di specializzazione in video-cinema all'Accademia di Brera. Lì ho conosciuto persone incredibili: Antonio Caronia, Bifo, Andrea Lissoni, Luca Mosso, Francesco Ballo, Alberto Grifi. Alberto è un signore, umile e dolce, un uomo meraviglioso. Mi ha aiutata moltissimo a capire come si dovrebbe agire con una telecamera in mano, sempre pronto al dubbio e senza mai avere paura di dire che si sbaglia, che non esistono leader...Lui dice che gliel'ho insegnato io, figurati. Faccio documentari perché amo la realtà, è di quella che voglio sporcarmi. Il reale è secondo me il veicolo migliore per spaziare dal sogno alla pratica di vita, all'esperienza sensibile e al sentimento: è un linguaggio potenzialmente infinito, malleabile e potente attraverso cui dire ciò che pensi.
Che progetti hai per il futuro?
Sto lavorando ad un documentario "sperimentale" sulla relazione tra me e il mio padrone di casa. Lui vive in uno "stabile-concentramento" per disabili in carrozzella e/o fortemente impediti al movimento, io in una stanzina sui navigli che era il suo studio da pittore. La nostra relazione vuole essere il veicolo per affrontare questioni legate al male di vivere a Milano. Si intitolerà infatti "Milano che ingoia". Lo posso fare grazie ad un finanziamento datomi dall'associazione Filmmaker di Milano.
Mauro Giovanni Diluca
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