VIAGGIO IN ITALIA: LIBERE VISIONI "Director's Cut - Segmenti di una notte" di Andrea Lodovichetti

Inauguriamo lo spazio della nostra rubrica dedicato ai lavori che ci propongono i nostri lettori/registi, con un thriller notturno girato e ambientato a Fano

Tentare il cinema non è certo facile. Non lo è quando si insegue il fantasma di una soggettività autoriale che si vorrebbe forte, e lo è ancor meno quando ci si confronta con le strutture di genere. Nel primo caso si ha il vantaggio di potersi muovere liberi in un territorio di ricerca virtualmente sterminato, ma si corre il pericolo di macinare l'acqua dell'intimistica banalità credendo di scoprire l'immagine assoluta; nel secondo caso, se è vero che ci si può rifugiare nel porto sicuro degli schemi e nelle formule codificate, è anche vero che si rischia di inciampare nei luoghi comuni, nelle copie maldestre, nei buchi di sceneggiatura...

Detto questo, inauguriamo lo spazio del nostro "Viaggio in Italia" dedicato a chiunque voglia proporci i propri lavori (contattateci vie e-mail per sapere come), parlando di Director's Cut - Segmenti di una notte, offerto alle nostre libere visioni da Andrea Lodovichetti. Si tratta di un thriller psicologico della durata di 38', girato in DVCAM-MiniDV, realizzato e ambientato a Fano con sguardo prevalentemente notturno, come il sottotitolo ben suggerisce.

Il lavoro mette in campo una spiccata propensione per la speculazione psico/sociologica, cui si affianca un taglio espressivo dedito alla suspense e una pulsione narrativa rivolta alla detection: dei tre versanti, il più sacrificato (meglio, il meno riuscito) è proprio il terzo, evidentemente immolato dall'autore al bisogno di elaborare una trama psicologica per i suoi personaggi piuttosto che una chiave d'accesso (e d'uscita) all'intreccio giallo. Pecca non piccola per un film che comunque si propone come un thriller basato sulle gesta di un serial killer che riprende con una telecamera i suoi delitti e li offre alla polizia e ai media sotto forma di sanguinosi filmati.

Tenuto costantemente fuoricampo eppure chiamato in causa dal ricorso insistito ad ambigue soggettive "ottiche" che rimandano a un osservatore onnisciente, il serial killer è in realtà per Lodovichetti una sorta di pretesto speculare della sua autorialità, utile a formulare la fondamentale triangolazione tra Andrea, un regista ossessionato dalle gesta dell'assassino e intenzionato a utilizzare le proprie immagini per scoprire la natura più profonda delle sue azioni; Nicola, giornalista radiofonico divenuto famoso grazie ai suoi cruenti e pietistici programmi sugli efferati omicidi del killer; e Silvia, fidanzata di Nicola, terrorizzata dall'assassino e disgustata sia dai programmi radiofonici del suo ragazzo che dal malsano interesse di Andrea per gli omicidi...

Costruito su un racconto a incastri che interseca le tre porzioni narrative focalizzate su ognuno dei protagonisti, Director's Cut - Segmenti di una notte elabora il materiale raccolto attorno a questo nucleo da un lato puntando sulla performance di genere, e dunque elaborando con corretta "dizione" attorno alla figura di Silvia una suspense classicheggiante, basata su montaggio dinamico, atmosfere evocative e situazioni topiche. Dall'altro, rifinendo una struttura speculativa proliferante, che si applica alle dinamiche psicologiche di Andrea e Nicola, attraverso i quali ci confrontiamo con la follia del serial killer nell'ottica dell'autore, chiaramente interessata a riflettere sul ruolo dell'immagine e sulle responsabilità della narrazione nella elaborazione della follia omicida.

Peccato che in fin dei conti la massa speculativa schiacci senza pietà il corpo del film, senza peraltro produrre materia di riflessione concreta, ma smarrendosi piuttosto in una verbosità che toglie respiro ai concetti e incisività agli eventi. Se Lodovichetti mostra una certa abilità nel gestire la scena e nell'elaborare visivamente gli elementi, il limite del suo film resta evidentemente tutto di penna, essendo la sceneggiatura sovraccarica di dialoghi ambiziosi che, per giunta, necessiterebbero prima di una scrittura e poi di una recitazione di ben superiore professionalità.

Va senz'altro apprezzato e incoraggiato lo sforzo produttivo di impavida professionalità, che è fondamento di un film di buona fattura come questo. Così come vanno promosse le ambizioni dell'autore, che nell'insieme appare bravo nel confrontarsi con le strutture di genere, un po' meno nel modularle con le sue prepotenti istanze speculative. Gli inciampi, in fin dei conti, restano quelli classici di simili situazioni produttive: la sceneggiatura, i dialoghi e la recitazione. E queste sono cose che si imparano con l'esercizio e con lo studio, cioè col tempo e con l'umiltà.

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