VIAGGIO IN ITALIA - "Tagliare le parti in grigio", di Vittorio Rifranti


Esattamente due anni fa era a Locarno, dove vinceva il Premio Opera Prima; da qualche mese ha finalmente trovato una distribuzione, muovendosi ovviamente ai margini del mercato, tra cineclub e rassegne. Poiché siamo stati tra i primi a credere in questo giovane regista milanese, ci sembra il caso di segnalare il suo “nuovo” lavoro, che procede con coerenza sulla strada di un cinema che conosce la fragilità della vita e le ombre delle esistenze. Ve lo raccontiamo e ve lo raccomandiamo...

Tagliare le parti in grigio_MartinezC'è sempre la voglia – anzi l'urgenza - di entrare nella vita, adombrata nella paura di vivere che attanaglia i personaggi di Vittorio Rifranti. C'è sempre quella sorta di cuscinetto che protegge dalle cadute e attutisce le sensazioni, ma anche e soprattutto il bisogno di superare il limite relazionale classico (la stretta di mano, l'amore tout court), cercando un rapporto che oscilla tra lo spirituale e l'indolenza, tra l'elettivo e il conflittuale. Come nei precedenti lavori di Rifranti - L'attesa e Lo sguardo nascosto - anche in Tagliare le parti in grigio questo giovane regista milanese produce nei suoi personaggi una strana sensazione di estraneità emotiva, una sorta di distante empatia in cui ci si sente a disagio, ma da cui si resta immancabilmente attratti.

Il tema di questo suo nuovo film, d'altronde, offre in questo senso un motivo in più, mettendoci a contatto con tre personaggi che cercano nella pratica del dolore fisico una via d'uscita all'anestesia che intorpidisce il loro spirito. Si chiamano Nadia, Paola e Massimo e, prima di essere coinvolti nel medesimo incidente stradale, non si conoscevano: il coma, le ferite rimarginate, l'angoscia da superare durante la convalescenza ospedaliera costituiscono l'imprinting del loro legame, una sorta di guscio duro e infrangibile nel quale restano rinchiusi anche quando ritornano alle loro vite vere, quelle di fuori. Un guscio fatto di dolore inespresso, di cicatrici che cauterizzano l'anima, un involucro nel quale sarà proprio l'espressione del dolore fisico a fare da detonatore: alcune videoregistrazioni di una performance di body art trovate per caso introducono infatti nel trio l'esperienza della scarificazione e innestano le reciproche vie di fuga dai singoli drammi. Esperienze estreme, di separazione dal mondo, in cui l'automutilazione, l'infliggersi ferite, diviene lo specchio in cui i tre riflettono il proprio bisogno di trovare un punto di contatto reale e tangibile tra il corpo e l'anima.

Tagliare le parti in grigio_Rizzolo-TabariniCol suo cinema introflesso, compattato attorno a un rigore che non è mai formale (come in altre espressioni della “scuola milanese”) ma anzi è sempre permeabile all'incognita della vita, Vittorio Rifranti è capace di transitare attraverso un sentimento dell'esistere che lascia sgomenti. Regista raro ma costante, Rifranti è infatti è uno dei pochi giovani autori italiani che pratica territori indefiniti, inconsci, staccati da un malinteso senso della realtà: da lui non c'è mai da attendersi pulsioni ombelicali, facili giravolte sentimentali, cerca e sempre trova storie e personaggi che, nella quotidianità distratta che scorre dietro l'angolo della vita, provano esperienze di disarticolazione emotiva in cui si riflettono – sordamente e non per parabola – alcuni degli interrogativi nodali della nostra realtà.

Tagliare le parti in grigio è infatti un dramma che lavora implicitamente sulla smaterializzazione del corpo conseguente allo smantellamento delle emozioni: un film in cui il prendere e il lasciare, l'adesione e lo scollamento tra i tre protagonisti (e tra ognuno di loro e la propria vita) è esperienza di un'incapacità ormai debordante di vivere singolarmente e collettivamente gli stati d'animo se non come performance riprodotta. Tema, questo, che del resto appartiene profondamente al cinema di Rifranti, che ha sempre collocato nell'ossessione per le reTagliare le parti in grigio_Martinez-Rizzologistrazioni nutrita dai suoi personaggi il punto focale di un rapporto tra il silenzio del presente e le risonanze del passato e degli altri. Voci che riecheggiano come vita vissuta realmente, come materiale pregnante: la segreteria telefonica che punteggia L'attesa, le memorie dei partigiani videoregistrate ne I giorni liberi, le pagine di diario lette al microfono di un vecchio registratore ne Lo sguardo nascosto, sino alle VHS con le performance di scarificazione in Tagliare le parti in grigio...

Capace di cercare una spiritualità che spoglia l'anima del suo abito morale e la lascia nuda nella sua carne, senza per questo cercare mai l'oltraggio e la provocazione anche quando mostra immagini “forti”, Tagliare le parti in grigio è insomma espressione della prima ma già solida maturità di un autore che meriterebbe di esser messo nelle condizioni (produttive) di continuare a crescere. Ma alla sua determinazione (appartata ma tenace) dovrebbe far seguito l'attenzione del cinema italiano: se solo il cinema italiano ne fosse provvisto...

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