"La Guardia Nazionale", di Canecapovolto
Un esperimento di montaggio “analogico” che adotta la struttura della musica minimale e approfondisce problematiche della sonorizzazione dal vivo (come “Delitto e Castigo” e “Macchina Disorganizzata”) con le quali Cane capovolto si è confrontato nel corso degli anni. Il lavoro trae spunto dal romanzo "L'uomo a tre gambe" di Giulio Evola - del quale eredita la struttura estremamente ripetitiva - e pratica un continuo conflitto tra immagine/suono/testo. Nulla è vero, Tutto è permesso.
Martin Bormann allora disse “Arrivano i Russi!” e “Arrivano gli Islamici!”
Bormann spiegò come la Storia fosse influenzata sia dalla linea verticale che dalla
linea orizzontale del Tempo e come di conseguenza
Presente e Futuro possono divenire contemporanei.
I generali si guardarono attoniti. Era veramente la fine!
(Funerale a Berlino)
Storie di Monelli resta un’ossessione, una visione a cui ritornare, viene proprio da dirlo, ciclicamente, uno snodo centrale in un panorama nazionale ma anche ad un livello personale e interiore. Il finale ‘a sorpresa’ di questo La Guardia Nazionale, presentato lo scorso ottobre a Torino per la retrospettiva Nutrire il dubbio a cura di Massimo Causo, parla ancora di bastonate in testa che più che dare visioni le bloccano, opprimendole e reprimendole.
Molto è cambiato tra il 1995 di Film Surrealista e il 2009 di questo lavoro di 50 minuti, nel percorso intrapreso dal collettivo catanese. I due anti-war pack sembrano aver mutato la direzione della stratificazione segnica del lavoro messo in atto da Cane capovolto verso un’urgenza differente, che fa della trasversalità sul presente la necessità di una apparente trasparenza che riduce il mosaico dei significati restringendo il campo sul messaggio chiaro. Un film per un solo spettatore.
Da questo punto di vista lavori come Impero (2003) e Aaron il guerriero digitale (2005) diminuiscono l’assalto audiovisivo portato alle forme compiute dell’opera per alzare il fuoco di fila del j’accuse (con la stessa determinazione esplicitata di realizzazioni come La pittura presagista di Luigi Battisti, 1997, applicata però ad un ‘nemico’ mastodontico come il Nuovo Ordine Mondiale e lo strapotere statunitense…), guadagnando un’accessibilità sfrontatamente ‘dichiarata’ – mentre i sardonici e destabilizzanti Pentagon TV Commercials (2004) surclassano i droni e i gli spectrum nella produzione ‘breve’ degli autori.
Se nello smembramento della menzognera mitologia americana Cane capovolto disseziona i reperti della cultura popolare USA, da John Wayne a Rambo-Stallone via Mel Gibson, trovandosi ad effettuare un lavoro analogo con le ipocrisie della nostra nazione da operetta, i catanesi individuano l’elemento portante dell’impalcatura in una riscoperta del testo. Come se il linguaggio per immagini su cui si fonda la civiltà americana, in Italia vada per forza di cose sostituito dalle decadenti costruzioni di una lingua – scritta o declamata – che si erge a
monumento funereo del significato.
E’ una coerenza che attraversa la drammaturgia allegata al primo anti-war pack (Funerale a Berlino, con Dick Cheney che compare nel rifugio di Hitler il giorno della capitolazione del Reich) e la recitazione straniata del ‘film con attori’ Uomo-Massa (2007, con testi di Ortega y Gasset), sino ad arrivare alla narrazione 'antichizzata', da manuale del galateo ingiallito, da vecchio libello propagandistico, da aulica traduzione di libro per ragazzi anni '50, del 'racconto' che scorre con le frasi sullo schermo de La Guardia Nazionale. Una storia raccontata dalle parole che si stagliano sullo sfondo nero della colonna sonora elettroacustica di Siddhi, mentre il gioco delle immagini ci riporta tutta una serie vorticosa di rimandi all'immaginario personale di Cane capovolto – le mandibole piuttosto sguarnite, i cavalli, la mascherina blu, i super8 con i bambini, le foto in bianco e nero, il forte odore di mandorle amare – che probabilmente fanno de La Guardia Nazionale il lavoro maggiormente esemplare del punto a cui la sperimentazione di Cane capovolto è oggi: non a caso, proprio quel linguaggio che qui vediamo trascritto all'interno delle inquadrature, è quello che abbiamo imparato a conoscere dalle atone voci fuoricampo che accompagnavano lavori come La parola che cancella (1999) o il piuttosto vicino L'attacco col fuoco (1997).
La prosopopea delle ultime lettere scambiatesi da un'umanità che inabissandosi non fa che ripetere ciclicamente i vuoti convenevoli del proprio addio.
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