VIAGGIO IN ITALIA - Aspettando di vivere: lo "sguardo nascosto" di Vittorio Rifranti

L'opera prima di un filmmaker milanese raro ed essenziale, attivo sin dal 1991, che merita l'attenzione degli addetti ai lavori e del pubblico. La storia di un'ossessione per la verità nascosta nelle voci e di un rapporto necessario con il silenzio della vita

Meritava un'attesa, Vittorio Rifranti, ed ora eccolo qui, filmmaker raro ed essenziale, che ci piace seguire sin dal 1992, anno in cui presentò ad "Anteprima" di Bellaria il suo esordio (prima solo alcuni Super8 passati tra Rimini e Torino): L'attesa, appunto, mediometraggio girato nel rigore un po' forzato appartenuto al Beta, ma già prodigo, pur nei contorni netti del suo bianco e nero, di un'ombreggiatura sul reale vissuto e da vivere quotidianamente che poi e ancora oggi, a dodici anni di distanza, il vero punto di forza di questo giovane regista. Ancora oggi, quando (con in mezzo solo un documentario: I giorni liberi, realizzato con Giovanna Gasparini nel '98, sulle memorie dei partigiani milanesi: bellissimo!) Vittorio Rifranti si ripropone alla nostra attenzione con quella che, a tutti gli effetti, si può considerare la sua "opera prima": titolo Lo sguardo nascosto; formato digitale, in attesa di vidigrafia; produzione avventurosa, per così dire, con una gestazione lunga e complessa, che parte dalla fine del '98 e si spinge sino ad oggi, passando per la valorosa Pablo, la partecipazione produttiva di Tele+, una serie di inciampi, rinvii, scoraggiamenti, resistenze, compromessi e, infine, ferrea volontà... Niente di nuovo sul fronte del cinema indipendente italiano, si dirà - ed è vero, ma non per questo smette di far male... Ad ogni modo, eccolo qui Lo sguardo nascosto: di sicuro diverso da come sarebbe stato sei anni fa, quando stava per andare in lavorazione sul set; di sicuro eguale a come deve essere oggi, a com'è oggi Vittorio Rifranti e a come questo appartato filmmaker è sempre stato, straordinariamente coerente ad un modo di fare cinema e ad una traccia esistenziale che, nonostante l'esiguità della sua filmografia, si può in qualche modo configurare già in una "poetica"...

Quelli di cui racconta Vittorio Rifranti sono mondi separati che si incrociano nella trasparenza dell'esistere, sulla superstrada del vivere quotidiano, tra gli svincoli del caso e i crocevia del destino. Mondi fatti di attese, timori, smarrimenti, rigori morali e gratuità dell'agire, presi in una visione filosofica ed umanissima del tempo che passa sulla pelle delle persone e ne graffia la levigata infanzia: crescere, anche se si è già uomini (vecchi, come nel caso di I giorni liberi) aspettando di iniziare a vivere per definire finalmente la forma da dare al proprio destino. È questo lo spazio d'azione in cui Rifranti fa muovere i suoi personaggi: lo era ai tempi de L'attesa (smarrimenti a bordo vita di un laureando dal futuro sin troppo predisposto e di una ragazza in cerca di avvenire) e lo è oggi, nel cuore in chiaroscuro degli ombrosi protagonisti di Lo sguardo nascosto: ai quali spetta il diritto di vivere sino in fondo il proprio destino con una determinazione che finisce col ritrovarli l'uno nelle mani dell'altro, riflessi reciproci di una specularità di vita che non può mai prescindere dall'Altro.

Antonio, il protagonista, questo finge di non averlo ancora capito: pretende di essere una sorta di monade, vive accanto agli altri senza lasciarsi toccare, ma anzi spiandone la sincerità nel suono delle voci, che registra di nascosto e poi campiona, cataloga, ascolta e riascolta ossessivamente, in cerca di una falla nella verità del loro dire. Una storia d'amore alle spalle conclusa drasticamente e senza apparente motivo; un lavoro in una legatoria artigianale che svolge con rigida precisione accanto a un compagno di lavoro in libertà vigilata; niente radici, se non quelle tracciate nel contrappunto vocale di un diario dai tempi di guerra, letto dall'anziana nonna su un vecchio registratore a bobine e innestato dal regista nel tessuto narrativo del film; una vicina di casa che s'interessa a lui e si occupa dei detenuti di San Vittore; e soprattutto l'incontro casuale e rivelatore con una ragazzina che lo spia e con la quale stringe un rapporto di complice diffidenza. La trama è questa, fitta di corpi dispersi nella rete quotidiana, sullo sfondo di una Milano soffusa in strani silenzi, in distanze di vita, mentre le figure giocano in assenza di luce con la loro ombrosa natura: ognuno assoluto in sé, nella propria finitezza esistenziale, eppure relativo rispetto agli altri, alla loro necessaria contiguità, compagni di una vita che sta lì, sospesa su un divenire che ancora non accade: "aspettando di vivere", come alla fine dice uno dei detenuti che parlano nelle immagini registrate a San Vittore dallo stesso Rifranti, nel corso di una sua esperienza didattica, inserite dal regista nella finzione del film... E non servono stratagemmi e teorie per elaborare un metodo di sopravvivenza, come crede di poter fare Antonio con la sua ossessione per la catalogazione delle voci, col suo mito di una verità assoluta rinvenibile tra le pieghe di un dire che pone in relazione identità, storie, corpi, solitudini... Tutto passa nello scorrere di un contatto tra esseri ai quali non si può che dare qualcosa di sé, pena il silenzio assoluto, l'invisibilità, l'inadeguatezza.

Placido nel suo costante osservare con sensibilità l'accadere e il reciproco appartenere di motivi, eventi, ragioni e sentimenti, Vittorio Rifranti propone insomma un'opera che (al di là degli oggettivi limiti "tecnici" legati alla limitatezza dei mezzi con cui ha infine chiuso la produzione) accarezza un'idea di cinema che ci appartiene sino in fondo: un cinema che conosce la vita e sa farne parte, costruito su un rigore morale che comprende anche l'agilità dei sentimenti, molto vicino, per certi aspetti, alla profondità prospettica dello scenario umano studiato dal primo Ermanno Olmi, alla cui lezione del resto l'autore milanese deve aver attinto negli anni di frequentazione di Ipotesi Cinema. Lo sguardo nascosto è un film ricco di risvolti, capace di tenere insieme i differenti flussi narrativi e i parallelismi diegetici con una intelligenza che necessita di sensibilità e lucidità da parte dello spettatore. Questo non è cinema "carino", da accarezzare con facile simpatia. Questo è cinema che sente e che pensa, cinema da rispettare ed amare...

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